mercoledì 28 maggio 2008

In memoria 38 - Niccolò III

Ed ei gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti torre a inganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”
Tal mi fec’io, quai sono color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: “Digli tosto:
‘Non son colui, non son colui che credi’.”
E io risposi come a me fu imposto.
Per che lo spirito tutti storse i piedi;
poi sospirando e con voce di pianto,
mi disse: “Dunque che a me richiedi?
Se di saper ch’io sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’io fui vestito del gran manto;
e veramente fui figluol dell’orsa,
cupido sì per avanzar gli orsatti,
che in su l’aver, e qui me misi in borsa.
Di sotto al capo mio son gli altri tratti,
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure della pietra piatti.
Laggiù cascherò io altresì, quando
verrà colui ch’io credea che tu fossi,
allor ch’io feci il subito dimando.
Ma più è il tempo già che i piè mi cossi,
e ch’io son stato così sottosopra,
ch’ei non starà piantato coi piè rossi;
chè dopo lui verrà di più laid’opra
di ver ponente un pastor senza legge
tal che convien che lui e me ricopra.
Nuovo Giason sarà, di cui si legge
ne’ ‘Maccabei’; e come a quel fu molle
suo re, così fia colui che Francia regge.”

Inferno, canto XIX versi 52-87

Le donne dei comics - Catwoman

Il gatto, o meglio la gatta, ha sempre stuzzicato molto la fantasia degli sceneggiatori di fumetti, tanto che il numero di eroine che hanno avuto caratteristiche feline è piuttosto nutrito. Sia in casa Marvel che DC, a parte le due più famose Black cat e Catwoman, si riconoscono diverse tigri, pantere, leonesse, linci, e quant’altro le razze feline abbiano messo a disposizione. In questa occasione vorrei parlare di Catwoman, soffermandomi sulla nuova caratterizzazione che le è stata data negli ultimi anni.

Selina Kyle esordisce come avversaria di Batman, in quanto la sua prima occupazione è quella di ladra di altissimo livello. Non si abbassa certo a piccoli furtarelli o a volgari scippi per la strada: i suoi obiettivi sono gli appartamenti dei più ricchi uomini di Gotham city, le loro collezioni, oppure musei e caveau che custodiscono opere d’arte. Come tutte le donne, ha una spiccata predilezione per i gioielli, ma non disdegna certo dipinti rari o antichi manufatti. Per essere una ladra a questo livello, è chiaro che si devono avere un’intelligenza e delle doti fisiche fuori dal comune, cose di cui Selina è ben provvista, abbinando intuito, capacità di cogliere al volo i dettagli, meticolosità e precisione, con l’agilità e la forza necessarie a compiere questo delicato mestiere. Insomma, ha tutte le caratteristiche per essere una perfetta donna gatto. Inoltre, possiede abbastanza determinazione e cinismo per ignorare ogni forma di scrupolo morale a compiere le sue azioni, tanto che, nel momento in cui qualcuno gli sbarra la strada, non esita ad eliminarlo, o almeno ci prova (nel caso di Batman).

Negli ultimi anni, invece, a questa immagine di femme fatale spregiudicata e in alcuni tratti decisamente malvagia, si è sostituita quella di paladina della giustizia. In seguito a vicende troppo lunghe da ripercorrere, Catwoman si ritrova a far parte della squadra di aiutanti di Batman, in cui primeggiano, tra gli altri, Robin, Batgirl, Nightwing e Cacciatrice. Come se non bastasse, la dolce e sinuosa Selina intreccia una relazione proprio col cavaliere oscuro, sia che si tratti di Batman, indossando la sua ‘tuta da lavoro’, sia che si tratti di Bruce Wayne, esibendo il suo splendido corpo in abito da sera con spacco. In questo modo, entra a tutti gli effetti a far parte della squadra dei buoni. Alle sue unghiate mani viene affidata la custodia dell’Est end della città, quartiere particolarmente pericoloso e densamente popolato di criminali di tutte le taglie, dai semplici spacciatori ai più grossi capifamiglia mafiosi. In effetti, il cambiamento è rilevante, e le ragioni che spingono Selina a comportarsi così sono quanto meno controverse. È stata interamente una sua scelta quella di abbandonare il crimine e dedicarsi a proteggere i più deboli del quartiere in cui è cresciuta, o qualcuno l’ha condizionata in qualche modo? O, più semplicemente, a spingerla è un reale sentimento d’amore per Batman, di cui solo in un secondo momento scopre la vera identità? E se così fosse, bisogna credere alla genuinità del sentimento, o tutto potrebbe far parte di un piano per ricavarne qualche vantaggio? Sono parecchie le domande, e diventano ancora di più alla luce degli ultimissimi sviluppi avvenuti nei mesi recenti nella serie regolare della gattina, di cui però non farò parola.

Mi è capitato di sentire opinioni diverse riguardo a questo cambiamento. Un amico con qualche anno più di me mi diceva tempo fa che lui preferiva di gran lunga la Catwoman cattiva alla attuale eroina. Io devo dire che, forse perché non ho potuto apprezzare le prime storie di questo personaggio, mi sono appassionato parecchio a questa nuova Catwoman. Sarà perché mi piacciono i personaggi borderline, sarà perché non mi andrebbe di vedere sempre perdente una eroina così bella, ma in un certo qual modo mi soddisfa vederla accanto a Batman nella lotta al crimine di Gotham, anche perché lo fa con i suoi metodi e mantenendo una certa indipendenza. D’altronde anche batman ha i suoi lati oscuri, e parecchi anche, quindi ce lo vedo molto bene a far coppia con Selina Kyle. Senza contare che l’aspetto estetico di entrambi ne guadagna.

lunedì 26 maggio 2008

In memoria 37 - Simoniaci

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fori
d’un largo tutti, e ciascun era tondo.
[...]
Fuor della bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi, e delle gambe
infino al grosso; e l’altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese entrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averian ritorte e strambe.

Inferno, canto XIX versi 13-15 e 22-27

Indiani (a caval donado)

Ascoltavo quasi per caso il nuovo album di Elio e le storie tese, copiato da un amico che me l’aveva consigliato, mentre montavo una zanzariera nella finestra della mia stanza da letto. Preso da quello che stavo facendo, non prestavo moltissima attenzione alle parole delle canzoni, mi facevo per lo più prendere dalla musica. Poi, in un momento di pausa, mi sono soffermato su questa canzone. L’ho riascoltata più volte, cercando di coglierne il significato. Non so se ci sono riuscito, in fondo non conosco l’opinione di chi l’ha scritta sull’argomento, ma mi piace pensare che sia un tributo alle ingiustizie subite dai nativi americani. Il fatto è che tutto ci sembra sempre estremamente lontano da noi, nel tempo come nello spazio, e ci dimentichiamo troppo spesso di quello che è successo e ancora oggi succede a due passi da noi. Quelle che una volta erano distanze infinite oggi sono poco più che passeggiate, luoghi sconosciuti e lontani ora si trovano appena girato l’angolo, eppure, purtroppo, ci dimentichiamo di quello che succede lì. Esempi se ne potrebbero fare tantissimi: il Tibet, la Birmania, la Cecenia o, per restare a casa nostra, i Balcani. Però la canzone parla dei Pellerossa e quindi mi riferirò a loro.

“Indiani (a caval donado)” si riferisce all’abitudine dei coloni americani di ‘risarcire’ i nativi del furto delle loro terre con degli insulsi regali, che loro, anche se sconfitti e confinati nelle riserve, si ostinavano a rifiutare. Con il tono ironico che contraddistingue la loro musica, Elio e le storie tese ci ricordano la dignità e l’orgoglio di un popolo calpestato e umiliato, ma non per questo sconfitto. Purtroppo ormai resta ben poco di una cultura che trova le sue origini circa ottomila anni fa, ma non sarebbe male andare a riscoprire quelle tradizioni, quel modo di intendere la vita e tutto ciò che ci circonda.

“Il gran padre bianco ci dice di vendere a lui le nostre montagne in cambio di molti biglietti verdi, ma come si fa a vendere le montagne? Le montagne non sono un fucile, un cavallo. Queste cose si possono vendere, ma la terra non è una cosa che si può vendere, non è di nostra proprietà, noi ci abitiamo soltanto, e vogliamo continuare a vivere in pace”.

Di sicuro il loro era un mondo più difficile, più duro, ma forse era anche più felice di quello in cui viviamo noi gente ‘civile’.
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Indiani (a caval donado)


Io voglio solo donare un regalo agli indiani
Sentirsi innamorati nel far west

Amico Cheyenne, dove scappi?
Voglio soltanto farti un regalo.
Amico Irochese, dove fuggi?
Voglio soltanto darti un presente.
Amico Dakota, dove corri?
Voglio soltanto donarti un dono.
Amico Shoshone, dove ti rifugi?
Voglio soltanto offrirti un gadget.
Amico Appalache, dove ti cacci?
Voglio soltanto consegnarti un memorabilia.
Amico Papago, perché ti mimetizzi?
Tanto ti vedo benissimo.

Non capisco perché.

Lascia l’ascia di guerra
e accetta l’accetta dell’amicizia.
È solo un presente per te.
Bevi un goccio da me
al bar di Brokeback Mountain.
Stringi le mie mani tu.

Amico Cherokee
... ... ...
Voglio soltanto
... ... ...
Amico Apache, facciam la pace,
ti offro un bisonte fatto alla brace.
Amico Navajo, fai su un calumet
con tanta pace e poco tabajo.

Amico Watusso, tu cosa c’entri?
“Niente, mi han detto che c’era un regalo.
Adesso ritorno dai miei amici altissimi”.

Noi siamo i cowboy che fanno i regali
ma nessuno ce li accetta.
Quando finirà questa cultura del sospetto?
Chi interromperà questa spirale di incomprensioni?

domenica 25 maggio 2008

In memoria 36 - Simoniaci

O Simon mago, o miseri seguaci,
che le cose di Dio, che di bontade
deono esser spose, voi rapaci
per oro e per argento adulterate;
or convien che per voi suoni la tromba
però che nella terza bolgia state.

Inferno, canto XIX versi 1-6

sabato 24 maggio 2008

Piccolo autoritratto

Mi lascio prendere dal contagio trasferitomi da Veronica, è un buon modo per dare qualche piccola descrizione di sè. Grazie per avermi coinvolto.

1 Che ora è? 15.07
2 Nome: Filippo (Maria).
3 Compleanno: 26 marzo.
4 Segno zodiacale: Ariete.
5 Tatuaggi: ancora no, ma tra poco...
6 Piercing: no.
7 Sei innamorato/a? Mi sto facendo passare una cotta.
8 Ti piaci? Caratterialmente sì, nell'aspetto non sempre.
9 Hai già amato al punto di piangere? Sì.
10 Hai già fatto un incidente in macchina? Sì.
11 Hai mai avuto una frattura? No.
12 Vino o birra? entrambi.
13 Ti fidi dei tuoi amici? Solo di quelli che sono veri amici.
14 Colore preferito per l'intimo: scuro.
15 Numero preferito? non ne ho nessuno.
16 Musica preferita? Fabrizio de Andrè.
17 Cosa ti manca? qualcuno con cui condividere la mia vita.
18 Cosa odi? la Chiesa, gli ipocriti (molto spesso coincidono, le due cose).
19 Cosa pensi appena sveglio/a? Che in ospedale ci sono nuove sfide da affrontare con la convinzione di volerle vincere tutte e la consapevolezza che la maggior parte le perderemo.
20 Da chi hai ricevuto questo meme? Veronica.
21 Quale dei tuoi amici vive più lontano? Erika a Trieste, poi Veronica a Pineto.
22 Cosa cambieresti della tua vita? non mi sono mai posto il problema.
23 Sei felice? cerco di esserlo più che posso, ma sono convinto del valore della tristezza.
24 Proverbio preferito: "'un siempri virdi s'ammantieni un cidru, 'un siempri paru è mittutu 'u squadru, 'un siempri manzu arriniesci un puddritru, 'un siempri riri a mugghieri ru latru" (per la traduzione dal siciliano, rimando ai commenti, per chi vorrà conoscerla. Per veronica: ecco un nuovo esercizio).
25 Libro preferito: impossibile dirlo, sono centinaia.
26 Di cosa hai paura? Della solitudine.
27 Una sola parola per chi ha scritto questo meme: divertente.
28 Film preferito: anche qui sono troppi. Uno per tutti: "Il Signore degli anelli".
29 Se potessi essere qualcun altro chi saresti? Non vorrei essere nessun altro.
30 Cosa c'è appeso al muro della tua camera? Il poster di "Volver" e la bandiera della pace.
31 Cosa non cambieresti? Il mio lavoro (futuro).
32 Un posto dove ti piacerebbe andare: Canada.
33 Pensi che qualcuno farà questo meme? Sì.
34 Chi sei sicuro che lo farà? Chi avrà tempo per farlo.
35 Ottimista o pessimista? Dipende, cerco di essere ottimista, a volte sono pessimista. a volte sono un pessimista felice: tutto va molto peggio di ogni mia più rosea previsione!
36 Profumo preferito: nessuno.
37 Sport preferito: da praticare il ciclismo in fuoristrada, da guardare la pallavolo.
38 Timido/a o estroverso/a? Estroverso in generale, timido in certe occasioni.
39 Il frutto preferito: le pesche bianche acerbe.
40 Mare o montagna? Mare.
41 Hai paura della morte? No, per niente. A volte ho paura della vita.
42 A che ora vai a letto di solito? Quando mi alzo alle 5 del mattino per andare in ospedale, verso le 23. Se non ci vado, verso le 2.
43 Cane o gatto? Gatto.
44 Colore preferito: blu.
45 Il segno zodiacale che più ti piace: il mio, Ariete.
46 Il segno che ti piace meno: pesci (non so perchè).
47 La canzone preferita: tutte quelle di Fabrizio de Andrè.
48 Un oggetto a te caro: i miei libri e i miei fumetti, un certo disegno...
49 Con chi faresti un viaggio? con la mia fidanzata, se ce l'avessi.
50 Cosa vuoi dire a chi leggerà questo meme? Complimenti per la pazienza!


I miei contagiati sono:

Valentina
Sara
Salvo

venerdì 23 maggio 2008

In memoria 35 - Adulatori - Taide

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe,”
Mi disse, “un poco il viso più avante,
sì che la faccia ben con gli occhi attinge
di quella sozza e scapigliata fante
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia, e ora è in piede stante.
Taide è, la puttana, che rispose
al drudo suo, quando disse: ‘Ho io grazie
grandi appo te?’: ‘Anzi meravigliose!’
e quinci sien le nostre viste sazie.”

Inferno, canto XVIII versi 127-136

giovedì 22 maggio 2008

Modelli

Sono consapevole di correre il rischio di sembrare un fissato, ma che ci posso fare? Adoro questa serie. È capace di una comicità prorompente, che a volte (anzi spesso) sfiora il demenziale, ma senza mai annoiare, e poi, qualche fotogramma dopo, ecco che ti dà una lezione di vita di quelle che non si scordano mai. In questi frammenti dell’episodio “Il crollo del mio idolo”, tratto dalla quinta serie, ci sono due temi a me molto cari, che si intrecciano in un unico filone per trasmettere un messaggio molto importante per tutti, ma soprattutto per chi come me spera in un prossimo futuro di fare il medico.

Il primo tema è quello della famiglia. Per lo più siamo abituati a pensare alla famiglia come al gruppo di persone con cui abbiamo legami di sangue, che vediamo fin da quando siamo nati, con le quali abbiamo rapporti che non abbiamo con nessun altro. Ma per alcuni di noi la famiglia è il luogo dove cresciamo, dove impariamo, dove viviamo. Sono le persone che ci insegnano e ci sostengono, che ci aiutano quando siamo nei guai. Sono quelle con le quali sentiamo il desiderio di condividere i momenti belli della nostra vita. Vedendola così, io ho un’altra famiglia. Intendiamoci, sono grato ai miei genitori per quello che mi hanno dato e so che avrò sempre un debito con loro, ma, se penso a qualcuno a cui comunicare che ho vinto un concorso, o che sono fidanzato, non penso a loro, ma ad altre persone. So che può sembrare brutto dirlo, ma è così. Chi mi conosce veramente sa quello che sto dicendo. La mia famiglia è in ospedale. Io ho un papà, due mamme, due sorelle, un fratello e uno zio grande. È a loro che devo quello che sono, ed è a loro che guardo quando sogno il mio futuro migliore.

Ed ecco che arriva il secondo tema dell’episodio. Un mentore a cui guardare, una persona che per te è più di un maestro, è un eroe nella vita di tutti i giorni. Soprattutto nel nostro campo. Non perché fa tutto quello che può per i suoi pazienti, ma perché, dopo tanti anni di carriera, quando qualcosa va storto per lui è ancora un duro colpo. Sono queste le parole con cui J.D. riscuote il dottor Cox dal suo mutacismo depressivo. E non condivido l’opinione di Turk, quando dice che non gli importa di avere un buon rapporto con il suo superiore. Tutti abbiamo bisogno di un modello a cui ispirarci. A tutti servono gli eroi. E quando l’eroe ha un momento di crisi, quando è tentato di togliersi la maschera e tornare ad essere una persona comune, tocca alla sua spalla sostenerlo e riscuoterlo.

Molti di quelli che sono più grandi di noi, anagraficamente e professionalmente, spesso non si rendono conto della enorme responsabilità che hanno nei confronti di noi ‘piccoli’. Lamentarsi tutto il giorno, essere scontenti del lavoro, non vedere l’ora di andare via, scrollarsi di dosso gli insuccessi con un’alzata di spalle, sono tutte cose molto gravi nei confronti di chi ti sta a guardare. Tutti abbiamo i nostri problemi, le nostre giornate no. Ma non possiamo contaminare con la nostra frustrazione anche le persone che ci stanno vicino e che guardano a noi come a modelli. La felicità è sì un diritto, ma dovrebbe essere sentita anche come un dovere verso le persone che ci vogliono bene. Anche a me capita di avere i cosiddetti che mi girano a mille perché la ragazza che mi piace sta con un altro, ma quando sono con le persone che tengono a me, cerco di sembrare il più normale possibile. Perché so che se mettessi su il muso lungo, loro si preoccuperebbero. Lo so che significa fingere, e non sempre è facile, ma credo sia un dovere quantomeno provarci. Perché in ogni caso, la famiglia, le persone che ti vogliono bene, quando capiscono che qualcosa non va, non ti chiedono cosa o perché, ma ti portano a fare un giro in bici, o ti offrono un panino. Non c’è bisogno di fare domande, e nemmeno di avere tutte le risposte. Solo quelle che contano.

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martedì 20 maggio 2008

In memoria 34 - Seduttori - Giasone

Quando noi fummo là, dov’ei vaneggia
di sotto, per dar passo agli sferzati,
lo duca disse: “Attienti, e fa’ che feggia
lo viso in te di quest’altri mal nati,
a’ quali ancor non vedesti la faccia,
però che son con noi insieme andati.”
Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venia verso noi dall’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
E ‘l buon maestro, senza mia dimanda,
mi disse: “Guarda quel grande che viene,
e, per dolor, non par lagrima spanda.
Quanto aspetto reale ancor ritiene!
Quelli è Giason, che per cose e per senno
li Colchi del monton privati fene.
Egli passò per l’isola di Lenno,
poi che le ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima l’altre avea tutte ingannate.
Lasciolla quivi gravida soletta:
tal colpa a tal martiro a lui condanna;
ed anche di Medea si fa vendetta.
Con lui sen va chi da tal parte inganna:
e questo basti della prima valle
sapere, e di color che in sé assanna.”

Inferno, canto XVIII versi 73-99

lunedì 19 maggio 2008

Creeper

Nel 1968, il supereroe medio era un modello di perfezione, in ogni senso: nella forma fisica, nella rettitudine morale, nella logica e nell’intelligenza. I supereroi combattevano il male, proteggevano gli innocenti, erano amati e ben voluti. Eppure, proprio in quell’anno, Creeper fa la sua prima apparizione, ad opera di quello Steve Ditko che pochi anni prima aveva creato, insieme a Stan Lee, nientemeno che l’Uomo ragno. Il bello (ma a quei tempi deve essere stato visto come un difetto) era che Creeper era del tutto distante dal concetto di supereroe di quei tempi. Il supereroe era bello, buono e giusto, Creeper era brutto, non tanto buono e decisamente squilibrato. Per tutti questi motivi, la sua serie personale ebbe poca fortuna, e fu chiusa dopo soli sei numeri, relegando Creeper in quell’immenso universo di personaggi comprimari che ogni tanto facevano capolino nelle storie dei grandi eroi DC.

Oggi, in occasione degli avvenimenti scatenati dalla saga “Crisi infinita”, i tempi sono maturi per la rinascita di questo eroe. Steve Niles e Justiniano rielaborano le sue origini, e fin da subito lo catapultano nel cuore pulsante delle avventure supereroistiche: Gotham city.

Jack Ryder è un giornalista provocatore, che nel tentativo di accaparrarsi un’esclusiva con il geniale professor Yatz, finisce con l’avere iniettato proprio da quest’ultimo un misterioso siero di sua invenzione. È così che la vita di Jack Ryder cessa di esistere, per come tutti la conoscevano (lui compreso). Al suo posto, o meglio, insieme a lui, adesso c’è Creeper, una sorta di bizzarro folletto dalla pelle gialla, che saltella dappertutto ed emette una risatina agghiacciante. Inoltre, il siero lo ha dotato di una discreta forza e della capacità di rigenerarsi, rendendolo molto resistente anche alle ferite più gravi.

In poche ma intense pagine, Creeper arriva a fare la conoscenza dei due principali protagonisti delle strade di Gotham, vale a dire Batman da un lato e il Joker dall’altro. L’incontro con il pipistrello è interessante, perché mette di fronte due personaggi che hanno ben più che un lato oscuro. Dentro Creeper infatti si agita la coscienza di Ryder, che può venir fuori quando il bizzarro eroe lo consente, così come questi può far uscire Creeper, quando ne ha bisogno. Ma i due non sono affatto entità separate, quanto piuttosto un unico individuo con due coscienze, cosa che potrebbe portare a risvolti interessanti, magari in storie future.

Quello che è interessante fin da subito, invece, è il contesto in cui il personaggio si inserisce. Con la crisi, i grandi eroi della Terra hanno svestito i loro costumi, per prendersi un anno sabbatico, per capire chi realmente sono e quali motivazioni li spingono. E in un mondo dove non ci sono Superman, Batman e Wonder Woman, ma semplicemente Clarke, Bruce e Diana, chi affronterà i criminali, chi proteggerà gli indifesi? Chi si farà carico della loro eredità? È proprio questo l’aspetto innovativo: la dimostrazione che oltre a Superman o Batman ci sono altri eroi per le strade, e alcuni di questi hanno tutte le carte in regola per giocare al tavolo dei grandi. Una dimostrazione che Niles e Justiniano non mancano di dare, chiarendo una volta per tutte, con “Creeper”, che non ci sono eroi brutti.

In memoria 33 - Malebolge

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra e di color ferrigno,
come la cerchia che d’intorno il volge.
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Inferno, canto XVIII versi 1-6

venerdì 16 maggio 2008

Il coperchio del mare

Avevo sempre sentito parlare di questa scrittrice, e parecchie volte ne avevo visto i libri esposti sugli scaffali delle librerie, ma non so bene perché non ne avevo mai comprato uno. Forse perché in genere la mia attenzione viene catturata maggiormente da libri più sostanziosi, intendo come numero di pagine. Forse perché una volta che ne ho aperto uno, ho visto che era una raccolta di quattro racconti e non mi piacciono molto questo tipo di libri. Però d’altro canto l’oriente ha sempre esercitato un certo fascino su di me, quindi mi piaceva l’idea di leggere qualcosa di un’autrice giapponese. Così, durante le ultime vacanze di natale, sono andato a fare rifornimento in libreria, e uno dei cinque libri che ho comprato era “Il coperchio del mare”. È rimasto fermo sullo scaffale per qualche settimana, perché avevo un altro libro già cominciato, e ben più voluminoso, che volevo finire (non leggo mai due libri insieme). Inoltre era periodo di esami, e lo è tutt’ora, quindi lo spazio per le letture è ridotto, e in questo spazio deve trovare posto anche la montagna di fumetti che compro ogni settimana. Pochi giorni fa è arrivato il suo turno. L’ho letto in poco più di quarantotto ore, da un venerdì pomeriggio durante il viaggio in treno per tornare in paese, a domenica sera, volendo cominciare la settimana con qualcosa di nuovo. Ad essere sincero, non avevo grandi aspettative, quindi non sono rimasto deluso, ma questa non è neanche una di quelle volte in cui dico che mi sono dovuto ricredere.

“Il coperchio del mare” è la storia di un’amicizia, che nasce per caso, tra Mari e Hajime. Quest’ultima viene ospitata per le vacanze estive a casa della prima, e tra le due si instaura a poco a poco un rapporto prima di collaborazione, poi d’amicizia. Mari è in un periodo particolare della sua vita, vuole riscoprire l’attaccamento al suo paese e alla sua terra, quindi all’inizio è un po’ scocciata dal dover fare da balia alla loro ospite. Hajime si porta dietro un bagaglio emotivo particolarmente gravoso, scatenato dalla morte della nonna, alla quale voleva molto bene, in un incendio in cui anche lei è rimasta coinvolta e ha riportato delle brutte cicatrici. Da questo e da una tendenza all’anoressia nervosa, deriva una ragazza estremamente insicura e desiderosa di contatti umani. Il legame tra le due si fa via via più saldo, fino a diventare quasi sorelle, confidandosi segreti sulle rispettive vite sentimentali e sulle loro emozioni. Tutto si conclude senza niente di eclatante, senza nessun evento drastico, ma rimane una solida amicizia tra le due, capace di far superare ad Hajime i traumi della vita passata.

Ad essere sincero, l’unica cosa che ho travato davvero emozionante nella storia è il contatto con la natura. La rievocazione di paesaggi del passato ormai completamente stravolti, la ricerca di una commistione con la dimensione mistica della natura, sono motivi che si dipanano in parallelo alle vicende delle due protagoniste. In particolare, è molto bello il contatto, quasi tangibile, col mare e con tutte le forme di vita che in questo abitano.

In definitiva, se si vuole impegnare qualche giorno a leggere, “Il coperchio del mare” può essere una buona scelta, soprattutto perché non comporta alcuno sforzo mentale, cosa che a volte può essere piacevole, altre volte decisamente pesante.

giovedì 15 maggio 2008

In memoria 32 - L'alto burrato

E disse: “Gerion, muoviti omai!
Le rote larghe e lo scender sia poco:
pensa la nuova soma che tu hai.”
Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi che al tutto si sentì al giuoco,
là ‘v’era il petto, la coda rivolse;
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.
[...]
Come ‘l falcon ch’è stato assai sull’ali,
che, sanza veder logoro o uccello,
fa dire al falconiere: “Ouè, tu cali!”
discende lasso onde si mosse snello,
per cento rote, e da lungi si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
così ne pose al fondo Gerione
a piè a piè della stagliata rocca;
e, discaricate le nostre persone,
si dileguò come da corda cocca.

Inferno, canto XVII versi 97-105 e 127-136

mercoledì 14 maggio 2008

Essere un'attrice

Ho una classifica. 3° Nicole Kidman. 2° Charlize Theron. 1° Penelope Cruz. Sono le tre attrici che in assoluto preferisco, le migliori del mondo, secondo il mio parere. Non voglio disprezzare le attrici italiane, non affibbiatemi un banale marchio di disfattista. Ma per me, meglio di queste tre non ce ne sono. Qualche giorno fa ho letto un articolo sul giornale. Un’intervista a Pedro Almodovar, con degli interventi di Penelope Cruz. Saranno state tre o quattro frasi in tutto, ma mi hanno confermato che è una grande attrice. Tanto per chiarirci, non sto parlando del suo aspetto, anche se è una delle donne più belle che io abbia mai visto. Sto parlando dell’essere attrice in tutti i sensi. Ho visto parecchi suoi film, e in tutti ho scoperto dei lati, dei modi d’essere, che non è da tutti riuscire a trasmettere. Per fare un esempio, ricordo la sua interpretazione magistrale in “Non ti muovere”. Un film scarsino, se volete un’opinione complessiva, niente di che in confronto al romanzo della Mazzantini da cui è tratto. Ma una Penelope Cruz straordinaria. Ricordo alla perfezione il modo in cui camminava sui tacchi con le gambe storte, o in cui apparecchiava la tavola in quella cucina trasandata. Meravigliosa. E leggendo l’intervista ho capito da cosa deriva questa bravura. Magari saranno molte cose insieme, ma un motivo è certamente la pazienza. Non la pazienza nel senso di essere abbastanza calmi e tranquilli per fare qualcosa di difficile nel modo giusto. Ma la pazienza nel senso di riuscire a soffermarsi sulle cose che si fanno. Riuscire a coglierne il significato, in ogni singolo aspetto. “...abbiamo avuto tre mesi di tempo per provare, per prepararci, ed è solo così che ormai voglio lavorare, non voglio più girare un film dopo l’altro, freneticamente, senza neanche il tempo di conoscere e affezionarmi al personaggio. L’ho fatto per anni, non mi pento, mi è servito per arrivare qui, a questo punto della mia vita, a conquistarmi la possibilità di scegliere”. Non credo sia di tutti una fermezza del genere. Soprattutto, non in un mondo dove, passati i quaranta, o sei una grande attrice, o scompari sostituita dalla prima pupetta siliconata che sa solo pettinarsi e mostrare le tette. Ecco cosa vuol dire essere una grande attrice: arrivare a un punto della tua carriera in cui ti rendi conto che fare il tuo lavoro significa non solo interpretare un personaggio, ma esserlo davvero. Come è stata Italia, Suor Rosa, Raimunda. Come sarà il personaggio del nuovo film di Almodovar, “Los abrazos rotos”, di cui stanno cominciando le riprese. Non vedo l’ora di vedere Penelope che recita male. A quanto sembra, Almodovar le farà interpretare il ruolo di un’attrice alle prime armi, una star di Hollywood, del tutto incapace di dire una battuta. Non sarà facile, per lei. Fare male qualcosa apposta è forse la cosa più difficile per un attore. Una prova di talento per Penelope che sono certo supererà alla grande.

In memoria 31 - Usurai

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio, tutto solo
andai dove sedea la gente mesta.
Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo:
di qua, di là soccorrien con le mani,
quando a’ vapori e quando al caldo suolo.
Non altrimenti fan di stare i cani,
or col ceffo or col piè, quando sono morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.

Inferno canto XVII versi 43-51

martedì 13 maggio 2008

Il fascino del male - Lo Spaventapasseri

Probabilmente (anzi, sicuramente), ha ragione Steve Englehart quando dice che, se da lettore lo Spaventapasseri è un degno nemico di Batman, da scrittore non ci sono motivi per apprezzarlo. E in effetti, anche il lettore medio da un ‘cattivo’ dei fumetti si aspetta qualcosa di straordinario, qualcosa che lo renda originale. Invece lo Spaventapasseri (sono parole dello stesso Englehart) non fa niente. Perché?

Andiamo con ordine. Jonathan Crane è un comune essere umano, niente superpoteri, niente macchinari o armi avveniristiche. E tra gli umani non primeggia certo per doti fisiche, al di là di una discreta agilità e uno stile di lotta imprevedibile, né per astuzia. Jonathan Crane è uno psicologo, professore in un college, particolarmente interessato a quel complesso di emozioni che la mente umana racchiude nel concetto di paura. Infine, è molto colto ed è un brillante chimico. Un po’ poco per un vero supercriminale di Gotham city, che si fregia di elementi come il Joker, Due facce, l’Enigmista o Man-bat. Tra l’altro, neanche nelle sue origini criminali c’è granché di originale: un’infanzia difficile vissuta nel disprezzo degli altri ragazzi che lo prendevano in giro per il suo aspetto, un ritiro antisociale immerso nel suo mondo di libri, la sua ossessione per la paura, il suo debutto come criminale quando la follia lo fa cacciare dall’università dove insegna.

Tutto sommato, non siamo poi molto distanti dal Pinguino, dato che entrambi i personaggi si caratterizzano per essere piuttosto comuni. Ho già detto quale ruolo ha il Pinguino nelle storie di Batman. Che bisogno c’era di un altro personaggio così? È vero che a prima vista c’è un lato interessante nello Spaventapasseri, rappresentato da questa ossessione per le paure della mente, per cui arriva a mettere a punto un gas in grado di scatenare il terrore in chiunque ne venga esposto. Ma anche esercitando la fantasia il più possibile, rielaborando la sua visione del mondo, le circostanze delle sue origini e il suo passato, ci vuole ben poco ad esaurire le potenzialità del personaggio. Per cui la domanda ritorna: perché? Cosa c’è di interessante in un tizio che spruzza gas terrorizzante sulle persone e poi resta lì a guardarle tremare di paura?

Quello che è interessante, è il rapporto con Batman. Fin dai suoi esordi, infatti, l’uomo pipistrello ha fatto della paura la sua principale arma. La stessa scelta del suo animale totemico non fa riferimento a particolari abilità o poteri, ma non è altro che un richiamo ad un essere che per antonomasia è terrificante. Il suo scopo era quello di insinuare il terrore nell’animo dei criminali, non solo per indurli a commettere errori e per renderli più vulnerabili, ma soprattutto per far capire che da quel momento in poi nessuno di loro sarebbe più stato al sicuro a Gotham. Ecco perché lo Spaventapasseri è interessante: perché con la sua esasperazione della paura, porta Batman a indagare sulle sue stesse paure, e su come lui stesso possa apparire spaventoso non solo agli occhi dei criminali, ma anche della gente comune. Ecco in che cosa lo Spaventapasseri è stato maestro: nel restare in piedi a guardare. Tanto meno agisce lui, tanto più noi possiamo conoscere l’interiorità di Batman, e dei suoi comprimari qualora siano presenti. Una cosa che ben pochi altri personaggi sono stati in grado di fare. E tutto sommato, sembra che anche il personaggio stesso sia consapevole di questo suo ruolo, come quando, preso in giro dagli altri criminali rinchiusi nell’Arkham asylum, continua a ripetere ossessivamente a se stesso: “Io sono lo Spaventapasseri, il signore della paura!”.

lunedì 12 maggio 2008

In memoria 30 - Gerione

“Ecco la fiera con la coda aguzza
che passa i monti, e rompe i muri e l’armi;
ecco colei che tutto il mondo appuzza!”
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin de’ passeggiati marmi.
E quella sozza immagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e il busto;
ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle;
e d’un serpente tutto l’altro fusto.
Due branche avea pilose infin l’ascelle;
lo dosso e il petto ed ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e soprapposte
non fer mai drappo Tartari né Turchi,
né fur tai tele per Aragne imposte.
Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s’assetta a far sua guerra;
così la fiera pessima si stava
su l’orlo che di pietra il sabbion serra.
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in su la venenosa forca,
che a guisa di scorpion la punta armava.

Inferno, canto XVII versi 1-27

sabato 10 maggio 2008

91° giro d’Italia – Palermo, 10.05.2008


Non amo le bici da corsa. La mia passione è la mountain bike. Per me correre in bici, seriamente, significa scendere coperti di fango, o di polvere, fino agli occhi, scendere con i dolori alle braccia e alle spalle, non alle gambe o alla schiena. Scendere con gli ammortizzatori della forcella infuocati per gli scossoni che hanno preso in dieci, quindici o venti giri di un tracciato che parecchi trekker si spaventerebbero a percorrere.

Però il giro è il giro. Forse sarà un po’ noioso da seguire in televisione, dove non vedi altro che tizi che pedalano, senza renderti conto di quanto vanno veloce, o di quanto è ripida la salita che stanno percorrendo. Ma quando sei lì, e dieci metri da quei corridori, non puoi fare a meno di farti coinvolgere. Li vedi la mattina che percorrono la tappa, per ripassare un’ultima volta il tracciato, le curve, le traiettorie, i cambi. Poi tornano alle loro postazioni, ed è tutto un fiorire di ruote smontate, bici lavate e lustrate, meccanici intenti a usare attrezzi di precisione come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi li vedi tornare in sella, sulle bici montate sui supporti, per un riscaldamento che per noi comuni mortali è molto più impegnativo di una delle nostre uscite. Alla fine eccoli. Adrenalina alle stelle, muscoli contratti, sguardi fissi in avanti. Non c’è più niente attorno, niente alberi, niente palazzi, niente gente che grida, niente musica. I pedali sotto i piedi, la strada sotto le ruote, il tempo che inizia a scorrere. Li vedi che si lanciano, nei primi cento metri sono già più veloci di molti scooter, il cervello che ripassa i cambi di marcia e le traiettorie con l’approssimazione di centimetri. Dopo che partono i primi ti sposti in un altro punto della tappa, un’uscita di curva, quaranta metri di dritto, di nuovo curva aperta, di nuovo dritto in salita. Il gregario tira, si fa il culo lì davanti, gli altri dietro, in scia, pronti allo scatto per il cambio. Se sbuca un cane proprio in mezzo alla traiettoria in uscita di curva, magari vola qualche bestemmia dentro la mente, e si sono persi quindici secondi che faranno la differenza. Torni all’arrivo, c’è confusione, la gente picchia contro le transenne ogni volta che un gruppo passa l’ultima curva. Traguardo in salita, non c’è cosa peggiore, e neanche troppo ripida, che forse è ancora peggio. Non hanno più niente. Non c’è più sangue, non c’è più sudore, non c’è più adrenalina. Riserve di glicogeno a zero. Da adesso in poi, è solo forza di volontà. La cronometro a squadre è finita, ci sono i primi risultati, la prima maglia rosa. Domani si riparte, tappa Cefalù – Agrigento, attraverso le Madonie, le prime scalate, inizia la scanna, come diciamo dalle mie parti.
Potrei essere polemico, disfattista, dire che per la maggior parte sono drogati, se non tutti, che le corse sono condizionate dagli sponsor, che lo fanno per i soldi. Forse lo direi, in un’altra occasione. Non oggi. Oggi è iniziato il giro. Oggi è iniziato da Palermo. Oggi non ci sono droghe, sponsor, soldi. Oggi c’è lo sport. Oggi, noi c’eravamo.




venerdì 9 maggio 2008

Ethlinn la dea nascosta

Il fantasy è sempre stato un genere che mi ha affascinato molto. Mia nonna è solita raccontare, con la logorrea storica tipica degli anziani, che quando ero piccolo, e capitava che avessi la febbre, visto che i miei genitori lavoravano entrambi, veniva lei a casa nostra, e la prima cosa che le chiedevo era di leggermi una versione illustrata de “Il Signore degli anelli” che io adoravo. Non mi stancavo mai di sentirla leggere, visto che ero ancora troppo piccolo per farlo io.
Non ho un genere letterario preferito, leggo di tutto, e sempre con molto piacere, ma tra i libri che leggo in un anno, uno o due sono sempre di genere fantasy. Non conoscevo Egle Rizzo, e non avevo mai sentito parlare del suo libro, prima di comprarlo, quasi per caso, in una libreria del centro di Palermo. Dietro ai miei libri c’è quasi sempre una storia, a volte talmente banale o di poco conto che non la ricordo neanche, altre volte invece mi rimane impressa nella memoria l’esatta sequenza di eventi che mi hanno portato a quel libro. Per Ethlinn fu il presagio di lunghe e ripetute attese che mi spinse a comprarlo. Era periodo di saldi, e, sicuramente in preda ad un raptus psicotico, mi ero offerto di accompagnare un’amica in giro. Alla terza sosta di un quarto d’ora, quelle due vetrine con i libri esposti mi sembrarono un miraggio. Entrai, mi diressi al mucchio con le ultime uscite davanti alla cassa, un rapido sguardo al portafoglio, e, benedetti quei venti euro che per caso avevo con me, comprai il libro. Cominciai a leggere solo per riempire i vuoti di quella giornata, continuai perché in poche pagine mi aveva stregato, e in meno di una settimana le seicentosessantanove pagine erano volate via. Da allora, “Ethlinn la dea nascosta” è uno dei libri finiti nella mia casella mentale in cui ci sono tutti quelli che nella mia vita rileggerò, prima o poi, e la tentazione mi prende spesso, ma poi desisto dedicandomi a cose nuove. E adesso, via con la trama (chi non volesse rovinarsi la sorpresa, e fidarsi esclusivamente del mio giudizio, può benissimo fermarsi qui e andare ad acquistarlo subito, magari saltando direttamente al commento finale, altrimenti…)


Il giovane Adrhyss è un brillante studente dell’Accademia, una sorta di università alla quale si formano i membri dell’ordine dei Guaritori, una setta dedita alla scienza, alla medicina e allo studio della natura. Gli appartenenti a tale ordine vestono la tunica nera, e tale colore non è casuale, dato che in principio l’Ordine Bianco, la setta dei sacerdoti, volle mostrare eloquentemente quanto poco in comune avessero i due ordini. I sacerdoti servono gli dei, antichi re del passato divenuti immortali, che poco si interessano delle faccende degli uomini ma che i sacerdoti sfruttano per conservare il loro prestigio e il loro potere sulle masse. I due ordini non nascondono le reciproche antipatie, ma per il giovane guaritore le questioni di politica contano poco, almeno fino a quando non commette l’errore di corteggiare una sacerdotessa, figlia di uno dei sacerdoti più potenti, uno dei membri del Consiglio dei Dodici, la massima autorità del regno. E così quello che per il giovane è solo uno svago diventa la sua rovina, almeno così lui crede in un primo tempo, perché le macchinazioni del padre della ragazza lo costringono a diventare discepolo dell’adepto di Ethlinn, la Dea nascosta, o Dea del fiore di neve dal cuore purpureo. Relegato nella solitudine del tempio di Ethlinn, Adrhyss continua a mantenere saldi i legami con il suo mondo, negando l’esistenza degli dei e cercando di non perdere il suo ruolo di guaritore all’Accademia. Si guadagna così il titolo di sacerdote nero, malvisto dall’Ordine Bianco e non troppo apprezzato dall’Ordine Nero, esclusi i suoi amici dell’Accademia e il Gran Maestro dei guaritori, che nutre per lui una grande ammirazione. Ma il potere della Dea nascosta, di cui Adrhyss farà la conoscenza negli angoli più riposti della sua mente, si manifesterà in tutta la sua grandezza, e la dea, da rivale, diventerà preziosa alleata del giovane e dei suoi amici contro l’Ordine Bianco, dimostrando che il potere di un dio deriva da quanto e da come il suo sacerdote sceglie di servirlo, e non dalle ricchezze di cui dispone il suo tempio. Il cammino che Adrhyss dovrà compiere sarà lungo e irto di pericoli, ma grazie alla benevolenza di Ethlinn, alla ammirazione del suo maestro, all’amicizia dei compagni, e soprattutto alla sua forza di volontà e al suo ingegno, il ragazzo riuscirà a risalire la scala del successo, a conquistare le cariche più alte del potere, e acquisirà nello stesso tempo la saggezza necessaria per utilizzare questo potere nel migliore dei modi, per il regno e per il suo ordine.
Ma oltre che con la sua interiorità e gli intrighi dei sacerdoti, il giovane dovrà confrontarsi con i pericoli che verranno dall’esterno, dai continenti vicini al Regno, i quali vedranno nella fragilità del governo dei sacerdoti la possibilità di facili conquiste. In questo gli saranno preziosi alleati i nobili del regno, che detengono il titolo di vassallo, e la nuova classe emergente dei mercanti. Solo l’astuzia e le fini doti diplomatiche di cui è dotato permetteranno al giovane sacerdote nero di volgere le situazioni più disperate a suo vantaggio, trovando finalmente la via giusta per risolvere ogni problema.

Splendido romanzo in puro stile fantasy, nel quale però la giovane autrice riesce a riversare con grande maestria temi molto legati al nostro mondo reale. Non sono pochi infatti i richiami alla storia e alla mitologia medievali dei paesi nordici, come la divisione del regno ai vassalli e ai valvassori, o la presenza degli dei in un piano parallelo a quello della vita degli uomini, che solo alcuni dotati di spiccata sensibilità possono capire fino in fondo.
Il romanzo si presta a più livelli di lettura, da quello strettamente legato alle vicende del protagonista nella scalata ai ruoli più importanti della società, a quello che riguarda le vicende sentimentali che si intrecciano tra i personaggi, a quello che analizza lo strapotere dei sacerdoti, con palese richiamo al potere temporale della Chiesa nel Medioevo. Ma anche la simbologia assume un ruolo fondamentale, ad esempio nelle pietre degli anelli che portano gli apprendisti del Gran Maestro, o nelle emblematiche chiavi d’oro e d’argento che contraddistinguono l’appartenenza all’ordine dei sacerdoti.
Di grande effetto è, a mio parere, la figura del Gran Maestro dell’Accademia dei Guaritori, che, contrariamente a quanto la logica possa far pensare, è una donna, Aconito, e una donna con grande spirito e grande forza d’animo, messa in questo ruolo forse per voler ricordare quanto riduttiva e poco attinente alla realtà sia la figura della donna nei romanzi di ambientazione medioevale, in cui essa viene rappresentata troppo spesso come la cortigiana che fa da contorno con la sua bellezza all’ambiente dominato dall’uomo, dimenticando che le donne hanno da sempre tessuto le trame della storia e ne hanno intrecciato i fili, a volte per il bene e a volte per il male, ma sempre come protagoniste e non come comparse.
Altro motivo molto bello, che tengo a sottolineare in modo particolare, è quello della esaltazione del libro come strumento di conoscenza. I libri, e la possibilità di frequentare la biblioteca dell’Accademia, saranno le cose che più mancheranno ad Adrhyss nel suo esilio al tempio, e grande sarà la sua gioia quando il suo maestro si renderà conto che non può ostacolare la sua sete di conoscenza. E il libro come testimonianza del passato viene anche esaltato attraverso la figura di Pharim, sacerdote di Vhalyr, Dio del Libro, e custode della biblioteca dei sacerdoti, l’unico a possedere la chiave della porta di una torre segreta, nella quale sono custoditi i libri in cui è riportata la vera storia dei tempi passati, quando ancora gli dei erano re mortali, e non la versione che della storia è stata data dai sacerdoti, per accrescere il loro potere personale.
Molti altri ancora sarebbero i messaggi e i motivi interessanti da far notare in questo romanzo, ma facendolo si perderebbe il piacere di leggere le pagine che scorrono una dopo l’altra trascinando il lettore in un crescendo di avvenimenti dal finale piuttosto insolito, ma perfettamente in linea con l’impostazione data dall’autrice a tutta la storia.

martedì 6 maggio 2008

In memoria 29 - Contro Firenze

“La gente nuova e i subiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni!”
Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guatar l’un l’altro come al ver si guata.
“Se l’altre volte sì poco ti costa,”
rispuoser tutti, “il satisfare altrui,
felice te, che sì parli a tua posta!
Però, se campi d’esti lochi bui,
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere ‘Io fui’,
fa’ che di noi alla gente favelle!”

Inferno, canto XVI versi 73-85

lunedì 5 maggio 2008

Le donne dei comics - Emma Frost

Sono consapevole di correre un grosso rischio scrivendo queste righe, cioè quello di sembrare un tredicenne segaiolo che compra L’uomo ragno sperando di vedere le tette di Mary Jane. Vi prego di credermi quando vi dico che non è affatto così.

La domanda di fondo è: cosa sarebbero i fumetti senza le figure femminili che da oltre cinquant’anni ne sono, in varia misura, protagoniste? A prescindere dall’intento di catturare un pubblico prevalentemente maschile, infatti, credo ci siano altri motivi se le rappresentanze del gentil sesso sono così diffuse in ogni genere fumettistico. Sia le produzioni di matrice italiana (Dylan Dog, Julia, Legs, Jonathan Steele, ...), così come quelle americane e giapponesi (qui l’elenco sarebbe infinito), hanno sempre investito molto sulla caratterizzazione dei personaggi femminili, siano esse semplici comprimarie di altri personaggi, che vere e proprie protagoniste della scena. Soprattutto negli ultimi anni, i ruoli femminili si sono sempre più arricchiti di aspetti intriganti e complessi, come la sessualità o il desiderio di emancipazione. Riguardo a questi temi mi vengono in mente un paio di esempi di cui parlerò qualche altra volta, in questa occasione voglio soffermarmi su uno dei personaggi più interessanti e plurisfaccettati di cui abbia letto negli ultimi anni, vale a dire Emma Frost, la Regina bianca.

Per chi non la conoscesse, questa bellissima famme fatale fa parte da parecchio tempo delle storie dei mutanti della casa editrice Marvel comics, e devo dire che, nell’assoluto declino che questi personaggi stanno subendo da qualche anno, forse Emma Frost è l’unica che mantiene degli aspetti interessanti. I suoi esordi la vedono comparire come dark lady tra le fila del Club infernale, e se di dark all’apparenza non c’è nulla, di certo merita a pieno titolo il ruolo di Regina bianca che ricopre nella cerchia interna di questa setta. Alta, bionda, magra e formosa, vestita solo di una striminzita lingerie rigorosamente bianca e coperta da un mantello col collo di pelliccia, la vediamo inizialmente tessere sottili trame e manovrare nell’ombra per ottenere il controllo capillare di tutte le stazioni del potere newyorkese, dalla criminalità all’alta finanza. Anche lei è una mutante, una delle telepati più potenti del pianeta, seconda solo a Charles Xavier e forse a Jean Grey, ma a differenza di questi ultimi, non esita a sfruttare questo potere per i suoi scopi personali, senza curarsi delle sue vittime.

Le cose cambiano quando, in seguito a vicende troppo lunghe da spiegare, si ritrova a possedere il corpo dell’Uomo ghiaccio, in cui trasferisce al sua psiche, mettendo a nudo il vero potenziale dell’eroe che fino ad allora era stato da tutti, lui stesso per primo, sottovalutato. Ecco una prima traccia di quella complessità cui accennavo prima. Anche se con modi brutali e dolorosi, le va riconosciuto il merito di aver reso consapevole Bobby Drake delle sue reali capacità, cosa che tutti i suoi amici e compagni, considerandolo un po’ il buffone di corte, non avevano mai saputo fare in tanti anni.

In seguito a queste vicende, Emma Frost si ritrova a collaborare con gli X-Men, e in poco tempo, così come aveva fatto nelle schiere del male, riesce a salire, gradino dopo gradino, la scala che porta ai vertici del gruppo. Prima direttrice della Scuola per giovani dotati insieme a Banshee, poi dello Xavier institute, e quindi capo riconosciuto del gruppo insieme a Ciclope, e responsabile dell’istruzione dei giovani. Tutto questo non è certo facile, visto che per molti rimane comunque la Regina bianca, una donna malvagia e senza scrupoli di cui non ci si può fidare. Ma la gran forza di carattere di questa donna le permette di sopportare le invettive e ribattere agli insulti colpo su colpo, conquistandosi poco a poco, se non l’affetto, certamente il rispetto di tutti i membri del gruppo.

Nelle mani di uno scrittore particolarmente intraprendente, la scopriamo anche capace di sentimenti, per quanto in modo contorto. All’insaputa di tutti, infatti, allaccia, proprio con Ciclope, una relazione amorosa, che si svolge tutta all’interno delle loro menti, nelle quali si muove disinvolta, riuscendo per un po’ a tenerla nascosta persino a Jean Grey, moglie di lui, e a sua volta potentissima telepate e telecineta. Come sempre in questi casi, sulle note di un banale “Non è come sembra”, la tresca viene scoperta dalla moglie tradita, se non nei fatti certamente nei pensieri, che in preda al furore fa strazio della mente di Emma. Lei però resiste, forte forse di quel nuovo sentimento che sente per Scott, che le fa sopportare la messa a nudo di tutti i segreti della sua adolescenza da parte di Jean. E poco tempo dopo, alla morte (l’ennesima) di quest’ultima, Emma prende a pieno titolo il suo posto accanto a Ciclope, incurante degli sguardi indignati dei compagni in lutto per la morte dell’amica.

Questi pochi episodi delle vicende di questo personaggio credo che bastino a rendersi conto di come Emma Frost sia ben più che un paio di tette in un corpetto bianco, e poco importa in fondo se i disegnatori si sono scatenati a renderla anche estremamente sexy. La bellezza di questa donna non sta solo nel suo aspetto, ma ha risvolti molto più variegati e spesso oscuri.

Mi sembra chiaro che non tutti i personaggi femminili che fanno mostra di sé nei fumetti condividano con Emma Frost la stessa complessità, e mi soffermerò in futuro anche su alcuni in cui l’anatomia femminile è forse l’unico aspetto degno di nota. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, a volte si può trovare qualche fiore pregiato.

Per una prima conoscenza del personaggio, un buon inizio potrebbe essere la miniserie “Emma Frost” nei suoi tre volumi: “Scuola di vita”, “Giochi mentali” e “Bloom”, di Bollers e Green, che mostrano come la rabbia e il desiderio di rivalsa di un’adolescente possano dare frutti diversi a seconda che siano incanalati da valori positivi o negativi.

In memoria 28 - Pietà per i dannati

S’io fussi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che il dottor l’avria sofferto;
ma perch’io mi sarei bruciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia,
che di lor abbracciar mi facea ghiotto.
Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanto che tardi tutta si dispoglia,
tosto che questo mio signor mi disse
parole per le quali io mi pensai
che, qual voi siete, tal gente venisse.
Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e gli onorati nomi
con affezion ritrassi ed ascoltai.
Lascio lo fele, e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma fino al centro pria convien ch’io tomi.”

Inferno, canto XVI versi 46-63

Leggenda di natale

Ieri pomeriggio parlavo con Veronica, forse la persona più cara che ho in questo momento, e ad un certo punto mi diceva che stava cercando un’idea per un post da pubblicare sul suo blog. La scelta è caduta su De Andrè, e allora le ho suggerito una canzone. Mi ha detto di non conoscerla, ma che aveva già in mente di procurarsi l’album che la contiene. Così le ho detto che avrei scritto io un post su questa canzone, per fargliela conoscere. La canzone è “Leggenda di natale”, tratta dall’album “Tutti morimmo a stento”, del 1968.
Qualche anno fa feci un regalo a una persona che credevo importante (in qualche modo lo era, e anche se adesso lo è un po’ meno, siamo in buoni rapporti), e le regalai questo album. Ricordo che nell’interno della copertina le scrissi una dedica, anzi, un piccolo commento. Diceva: “Per vedere il mondo con i loro occhi, invece che coi nostri”. Ancora adesso, tutte le volte che riascolto questo disco, mi tornano in mente quelle parole, e devo dire che ci ho proprio azzeccato. “Tutti morimmo a stento” è una carrellata di sguardi di persone ai margini della realtà, che vedono il mondo con occhi allucinati, devastati da quello che è successo loro, o da quello che è successo intorno a loro, fino al finale, in cui Fabrizio ci ricorda che morire non è un male, il vero male è morire a stento.

“Leggenda di natale” è la seconda canzone dell’album. Se la si ascolta una volta sola, può sembrare come una delle tante altre canzoni poetiche e malinconiche che Fabrizio ci ha regalato nei suoi lunghi anni da artista. Una melodia lenta, una voce cantilenante, un sottofondo appena accennato: tutti gli ingredienti per una bella canzone da riascoltare ogni tanto per sospirare un po’. Poi la ascolti una seconda volta. Poi una terza. Poi una quarta. È difficile fermarti. Perché, parola dopo parola, ti ripeti che non può essere. Ti stai sbagliando, non parla di quello. Una canzone così leggera e delicata non può parlare di violenza. Della peggiore violenza che l’uomo concepisca. Non è possibile. Sembra quasi una ninna nanna e invece parla di uno stupro? Anche io non ci volevo credere, quando l’ho realizzato. E mi sono sorpreso, ancora una volta, di come Fabrizio sia capace di trasmettere qualunque sensazione, qualunque messaggio, qualunque emozione, senza urlare. E tutto ciò che rimane, alla fine della canzone, è una tristezza moltiplicata migliaia di volte, che non puoi fare a meno di desiderare. La tristezza di un fiore appassito a natale.

video

Leggenda di natale - Fabrizio de Andrè - Tutti morimmo a stento - 1968

Parlavi alla luna, giocavi coi fiori,
avevi l’età che non porta dolori.
E il vento era un mago, la rugiada una dea
nel bosco incantato di ogni tua idea.
Nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore,
e un babbo natale che parlava d’amore.
E d’oro e d’argento splendevano i doni,
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana,
di perle e smeraldi intrecciò una collana.
E mentre, incantata, lo stavi a guardare,
dai piedi ai capelli ti volle baciare.
Dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea,
l’incanto è svanito in ogni tua idea.
Ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia di un fiore appassito a natale.
La storia di un fiore appassito a natale.

domenica 4 maggio 2008

Prima esecuzione

Era lì, sullo scaffale, e mi guardava con la sua copertina nera con il riquadro giallino al centro, e da lontano mi sussurrava: “Comprami... Comprami...”. E io mi maledicevo, perché come al solito, se mi avessero appeso a testa in giù, dalle tasche non mi sarebbe caduto neppure un centesimo, figuriamoci quei dodici euro che mi servivano. Sono uscito dalla libreria con l’aria di chi si sente quasi in colpa per aver mancato di rispetto a una persona che stima, ma non potevo fare altrimenti. Avrebbe dovuto pazientare su quella mensola ancora per ventiquattro ore, quando sarei tornato per prendere il nuovo libro di Domenico Starnone. Di “Labilità” ho già scritto, quindi non è necessario che mi ripeta. Ero sicuro che anche con “Prima esecuzione” avrei provato le stesse sensazioni contrastanti di quella volta, e infatti si è verificato esattamente questo.

“Prima esecuzione” è forse la sublimazione di quello che “Labilità” rappresentava già molto bene. Lì c’era uno scrittore come personaggio, che vedeva la sua vita presente invasa da fantasmi del passato. Potremmo immaginare che quel personaggio fosse l’alter ego dello scrittore, ma solo lui può saperlo. In questo nuovo libro, invece, tutto ciò è dichiarato. Domenico Stasi è la trasposizione letteraria di Domenico Starnone (l’allitterazione fonetica ne è solo un elemento), al punto che alcune vicende accadute all’autore nella sua vita reale diventano spunto per le vicende del personaggio. Ma c’è di più. Starnone è lui stesso personaggio di alcuni capitoli del libro, così come lo è il libro stesso. In alcune parti, infatti, le vicende dei personaggi sono intercalate dalle riflessioni realistiche dell’autore riguardo il periodo di produzione del romanzo, il suo studio delle varie parti, a che cosa sono dovute certe immagini, i suoi dubbi sull’inserimento di una certa vicenda in un certo punto. “Prima esecuzione” è quindi personaggio di se stesso, così come Domenico Starnone è personaggio del libro che sta scrivendo. Lui stesso cerca una strada dentro il suo scrivere, che si rivela portatrice di nuove esperienze, le quali a loro volta risuonano secondo una melodia costante da sempre: quella di inventare storie sentendosi allo stesso tempo da queste inventato.

Come avrete visto, non ho speso neanche una parola per parlare della trama, della vicenda in sé, non perché sia poco interessante o marginale, anzi è molto coinvolgente, ma quello che veramente spiazza il lettore è leggere a un certo punto che tutto sta cambiando sotto le proprie mani, che il libro che si sta leggendo si trasforma in qualcosa di diverso. È come se, mentre si è immersi in una vasca piena d’acqua, si tirasse fuori la testa e ci si rendesse conto che la stessa vasca galleggia in mezzo al mare, e questo mare con la vasca dentro non è altro che il sogno di uno scrittore che con la sua fantasia lo sta creando, goccia dopo goccia.

Tornai in strada, raggiunsi la fermata dell’autobus. Fuori c’era, per sommi capi, l’azzurro del cielo, il verde degli alberi, il rosso del semaforo, il blu dei calzini nella scarpa nera, un nugolo di moscerini, l’oscillare delle bandiere stinte su cui si legge pace, il gatto che balza oltre la cancellata, i passanti frettolosi o svagati, la vegetazione dei giardini che si protende oltre i muri e rischia di strapparti un occhio, le auto, gli autobus, un aereo luccicante, le pale degli elicotteri come nei giorni in cui si protesta, si grida, ci si azzuffa. Mi piaceva ogni cosa del mondo, quando si mostrava per sommi capi.

In memoria 27 - L'eredità di Brunetto

“Di più direi; ma il venir e il sermone
più lungo esser non può, però ch’io veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Gente vien, con la qual esser non deggio:
sieti raccomandato il mio ‘Tesoro’,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio.”
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quegli che vince, non colui che perde.

Inferno, canto XV versi 115-124

venerdì 2 maggio 2008

La vita fa paura!

Il dottor Kelso è un personaggio straordinario. E sicuramente quello con il ruolo più difficile. È il cattivo della situazione, all’apparenza, l’odioso primario che pensa solo ai soldi, che vede i pazienti esclusivamente come polizze assicurative, che disprezza tutti gli altri medici che non considera nemmeno colleghi, e via dicendo. Ma non è facile fare tutto questo.
Ovviamente, avrete capito che ancora una volta sto parlando di Scrubs. L’altra sera ho rivisto questo episodio, “Il mio nostalgico capo”, e mi è venuto subito il desiderio di farci un post. Ci è voluto un po’ per isolare gli spezzoni che mi interessavano e montarli, ma ne è valsa la pena.
Come dicevo, quello che il dottor Kelso ricopre nelle vicende dell’ospedale Sacro cuore è forse il ruolo più difficile. È facile essere come JD, l’assistente pasticcione, a volte insicuro e un po’ scemo, ma comunque buono e preparato. È facile essere Turk, il chirurgo spavaldo e con un gran cuore. E anche i ruoli di Elliot, Carla, il dottor Cox e degli altri personaggi minori, per quanto possano essere complessi e sfaccettati, sono poco impegnativi dal punto di vista della dinamica delle storie. Per Kelso è diverso. A volte è davvero una persona orribile, cinica e spietata. Altre volte riveste il ruolo del grande padre, che protegge e custodisce la sua creatura, l’ospedale. Altre ancora fa al parte del cattivo perché è il suo dovere, il suo compito, e non vuole evitarlo fuggendo o trovando scappatoie per schivare questa responsabilità. Si assume il peso del suo ruolo, e lo svolge fino in fondo, anche quando deve attirarsi addosso gli sguardi d’odio di tutti perché ha licenziato due infermiere per motivi di budget.
Nell’episodio cui mi riferisco, suo è il compito di far prendere una decisione giusta ad una paziente, e in maniera trasversale anche a Turk, che ha problemi nel suo matrimonio con Carla. La lezione morale che impartisce è magistrale, migliore di quella che qualunque professore possa mai dare in un’aula universitaria piena di studenti. E non voglio spendere altre parole per sottolineare o enfatizzare questo messaggio, è tutto detto alla perfezione in quelle poche battute, e nel commento fuori campo della voce di JD alla fine della storia. Il vero problema è riuscire a fare i conti con questo messaggio, riuscire ad accettarlo nel mondo reale, quando è facile dire che questo è solo un telefilm in cui è semplice lanciare messaggi ma che poi nella vita vera tutto sembra crollarti addosso e non riesci a sostenerlo. Le difficoltà sono tante, per lunghi periodi non si vede la luce, e le tentazioni di prendere strade più confortevoli ma sbagliate sono molte. Allora, forse ricordare quelle parole del dottor Kelso potrà aiutarci nel fare le scelte giuste, nel lottare per quello che vale veramente, nel saper affrontare le delusioni e i fallimenti. Nell’imparare a vivere quando “La vita fa paura!”.
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giovedì 1 maggio 2008

In memoria 26 - L'invettiva di Brunetto

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire al glorioso porto,
se ben m’accorsi nella vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei all’opera conforto.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion che tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gente avara, invidiosa e superba:
da’ lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesime e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancor nel lor letame,
per cui riviva la sementa santa
di quei Roman che vi rimaser, quando
fu fatto il nido di malizia tanta.”

Inferno, canto XV versi 55-78

One Piece

I fumetti raccontano storie. E le storie hanno tante funzioni. Una è quella di intrattenere, di far passare il tempo. Poi c’è quella di divertire. Molto spesso, le storie trasmettono un messaggio. E poi, a seconda di chi è la persona che le legge, hanno il potere di far sognare. Nella mia libreria ci sono circa duemilatrecento albi a fumetti, la maggior parte dei quali compongono delle serie. Ce ne sono di tutti i tipi: americani, italiani e giapponesi; comici, romantici, avventurosi, fantascientifici e horror. Alcuni portano messaggi seri e profondi, altri sono spensierati e allegri. Tutti mi lasciano dentro qualcosa ogni volta che li leggo. Un po’ come fanno i libri. Perché tutto questo preambolo? Perché stavolta non parlerò di una storia, di una serie o di un messaggio in particolare. Voglio sfruttare questa prima ristampa di “One Piece” per ricordare qualcosa. Dirò soltanto che One Piece è la storia di un sogno, anzi di più sogni, uno per ognuno dei protagonisti. C’è chi vuole diventare il re dei pirati, chi lo spadaccino migliore del mondo, chi vuole trovare il coraggio, chi vuole disegnare la mappa del mondo, chi vuole trovare il cuore del mare dove vivono delle specie uniche di pesci, chi vuole diventare un grande medico. Sogni. Come quelli di tutti noi. Forse potrà sembrare un fumetto di poco valore, non fa altro che raccontare le peripezie di un gruppo di personaggi che vanno in giro per il mondo in cerca di avventure, affrontando nemici pittoreschi e dandosele di santa ragione dicendo battute stupide. Sfogliandolo con superficialità è così. D’altronde, non stiamo certo parlando di “Maus”, o di “Persepolis”, o di “V for Vendetta”. Nessun messaggio politico, sociale o morale emana dalle pagine disegnate da Eiichiro Oda. Però qualcosa mi colpisce quando lo sfoglio. Mi sembra di tornare a sognare. Ritrovo per qualche momento la mia infanzia, quando il mondo era un luogo da esplorare, quando le giornate trascorrevano tirando frecce contro gli alberi, o scavando buche nel terreno, o costruendo baracche di tavole. E ad un tratto, quegli alberi erano eserciti di nemici, quelle buche erano misteriose città sotterranee, quelle baracche erano rifugi segreti in cui custodire tesori. Poi accade qualcosa, si cresce, ed è giusto farlo, è un nostro dovere. Le sfide diventano laurearsi, un’indipendenza, per alcuni la famiglia. Il mondo smette di essere quel luogo misterioso e inesplorato che si vedeva dalla finestra di casa, le mattine d’estate, quando ci si alzava per correre fuori a dare calci ad un vecchio pallone. Adesso, tutto ciò che vuoi vedere lo trovi su internet, o mal che vada, in un’agenzia di viaggi. Per questo, trovare qualcosa che ci faccia tornare a quei tempi non è una cosa da sottovalutare. Anche quelle storie grottesche e un po’ stupide, se riescono a farci di nuovo sognare, sono cose preziose.