sabato 27 settembre 2008

Premio fantasia galoppante 2008





















Ringrazio Veronica per questo premio, molto gradito, soprattutto perchè non è facile omaggiare la fantasia quando si parla di quello che è stato scritto da altri, come faccio io.

Le mie premiazioni sono quasi d'obbligo, non perchè non le faccia con coinvolgimento e con piacere, ma perchè conosco persone che della loro fantasia hanno fatto praticamente uno strumento di lavoro...

Fra, perchè dove se non in cucina è necessaria la fantasia? E lei ne ha da vendere! Prima o poi mi cimenterò con qualcuno dei suoi piatti, finora non l'ho fatto, direi quasi per rispetto!

Valentina, perchè per lei vale più o meno quello che Veronica ha detto di me. Non importa che quello di cui parli non sia una sua creazione diretta. Come lo racconta lei, il Cinema, non lo fa nessuno. Non solo aspetti tecnici, ma emozioni. Il suo blog è un appuntamento fisso. Peccato non poter vedere qualche film insieme.

Filippo, con l'augurio che la sua fantasia non si esaurisca mai, che i primi passi nel mondo del fumetto autoprodotto che sta muovendo da un annetto si trasformino presto in una corsa senza ostacoli, dritta verso il traguardo, e che il secondo numero di “Chiron” non si faccia attendere troppo!

Francesco, che di arte se ne intende, e anche se non lo convincerò mai a vendermi un certo quadro, ogni volta che lo vedo mi piace sempre di più. E sperando che anche qualche suo fumetto veda presto la luce.

Elena, Francesca, Manuela e Michela, che non sono proprio mie amiche, ma in un certo senso le conosco. Non tanto per i link che ci sono nel mio blog, ma perché sono autrici di fumetti che ammiro molto e che ogni mese, più o meno, mi regalano qualche nuova emozione.

Ultima ma non ultima, Veronica. So che non vale premiare chi ti ha premiato, ma chissenefrega! Ci tengo a lei, e della sua fantasia e del suo talento ho le prove tangibili! Un bacio grande grande, principessa!

mercoledì 24 settembre 2008

Le donne dei comics - Supergirl

















È innegabile che i supereroi femminili da alcuni anni a questa parte ricoprono un ruolo sempre più di rilievo nelle storie a fumetti. Un tempo le donne non erano altro che un contorno, oggi sono protagoniste a tutti gli effetti delle storie. Eppure, ancora oggi si scorge la tendenza ad utilizzare i personaggi femminili solo come un ornamento, anche se poi viene loro creata una ragion d’essere, ricoprendole di ruoli e tematiche più o meno complesse. Una cosa del genere è stata fatta con Supergirl. Nel 1985 la dirigenza della DC comics decise di unificare quell’ingarbugliato macrocosmo che rappresentava il contesto delle storie dei suoi personaggi, e a questo scopo venne ideata la maxisaga “Crisi sulle terre infinite”. In quella storia, le infinite terre in cui vivevano infinite versioni dei personaggi DC vennero annullate, e si tornava ad un unico DC universe con un solo rappresentante per ogni eroe (con poche eccezioni come Lanterna verde o Flash). In quella saga, uno dei momenti più importanti e strazianti fu certamente la morte di Supergirl. Quindici anni dopo, qualcuno decise di resuscitarla, complice il fatto che la sua testata personale era stata chiusa. Perché si decise di riavere questo personaggio? Secondo me la risposta è semplice: Supergirl è carina. Intendiamoci, non è che non ci fossero altri personaggi femminili accattivanti dal punto di vista estetico, ma una in più non guasta mai. Perché dico questo? Perché sono convinto che non ci fosse nessuna utilità in questo ritorno se non quella di avere un’altra pupetta in minigonna da esibire nelle splash-pages (le pagine doppie in cui il disegnatore può dedicarsi con molta cura dei dettagli al personaggio che disegna). Con questo non voglio dire che Supergirl sia un brutto personaggio, ne seguo le storie e tutto sommato sono piuttosto leggibili, molto più di altre. Però che l’unica ragione per far risorgere Supergirl sia che Superman è depresso perché è l’unico kriptoniano rimasto in vita nell’universo, sinceramente mi sembra un po’ riduttivo, e mi fa pensare che la vera ragione sia di ordine puramente estetico. Obiettivo centrato in pieno, tra l’altro, visto che il primo rilancio è stato affidato a Michael Turner e che adesso le storie sono disegnate da Ian Churchill (di entrambi ho già parlato, parecchio tempo fa, a proposito di “Fathom” e “The Coven”, rispettivamente). Infatti, devo confessare che, sebbene mi piacciano le storie e mi piaccia seguire l’universo DC nel modo più completo possibile, una forte spinta a prendere i fumetti di Supergirl me la danno i meravigliosi disegni di Churchill, che con le figure femminili si trova particolarmente a suo agio, con somma gioia di tutti noi lettori maschietti. Speriamo quindi che le storie continuino ad avere un buon profilo, perché di un’ennesima Barbie senza cervello, onestamente, non sentiamo alcun bisogno.

In memoria 69 - Fialte, Briareo e Anteo

Facemmo adunque più lungo viaggio,
volti a sinistra, ed al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fiero e maggio.
A cinger lui qual che fosse il maestro,
non so io dir; ma ei tenea succinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
d’una catena che il teneva avvinto
dal collo in giù, sì che in su lo scoperto
si ravvolgeva infino al giro quinto.
“Questo superbo voll’esser sperto
Di sua potenza contra il sommo Giove,”
disse il mio duca, “ond’egli ha cotal merto.
Fialte ha nome; e fece le gran prove
Quando i giganti fer paura a’ Dei:
le braccia ch’ei menò, giammai non move.”
E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser gli occhi miei.”
Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui, che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogni reo.
Quel che tu vuoi veder, là più è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto.”

Inferno, canto XXXI versi 82-105

lunedì 22 settembre 2008

L'uomo dei cerchi azzurri

I gialli sono troppo spesso considerati una lettura da poco. Utile magari nelle ferie estive in cui, anche chi legge parecchio durante l’anno, non ha voglia di tenere la mente occupata con qualcosa che faccia riflettere a tutti i costi. Nei miei ricordi i gialli erano sempre la lettura delle vacanze, quelli del classico formato economico di una nota casa editrice. Storielle di poco spessore in cui c’era sempre un tizio antipatico o ricco che moriva, un gruppo di persone che potevano volerlo morto, e un poliziotto o una persona con un talento per l’indagine. E alla fine, in barba a trucchi e sotterfugi vari, l’assassino finiva sempre in manette, come ennesima dimostrazione che il delitto perfetto non esiste.

Ma accanto a questi (ero già più grande quando l’ho scoperto), esistevano anche gialli molto più letterari. Il primo che ho conosciuto è stato Sherlock Holmes, in un libro trovato negli scaffali di mio nonno che racchiudeva tre storie dell’investigatore inglese, tra cui la meravigliosa “Uno studio in rosso”, in cui venivano presentati lui e la sua fedele spalla, il dottor Watson. Poi è stata la volta dei racconti di Edgar Allan Poe, anche se lì il confine tra il giallo e il nero era molto sottile. Con mio grande rammarico, non ho mai letto nulla del Maigret di Simenon, cosa che ritengo io stesso una grossa lacuna che spero un giorno di colmare (tra l’altro, la casa editrice che per prima lo portò in Italia sta ristampando tutti i “Maigret” in versione economica e ogni volta che vado in libreria e li vedo mi mordo le mani per la rabbia di non poterli comprare). Quindi il punto fondamentale è: i gialli sono libri da niente? La mia personale risposta è: assolutamente no! Dipende da chi li scrive, e dipende anche da chi li legge. Se a scriverli è qualcuno che è bravo a inventare un delitto da scoprire nei dettagli e a leggerli è uno che sta sotto l’ombrellone a mare, piegando le pagine e toccandole con le mani bagnate perché tanto è costato due euro, allora sì, quella è roba da niente. Ma se a scriverli è un vero scrittore, e a leggerli è uno che ama davvero i libri e tutto quello che rappresentano, allora un giallo non ha nulla da invidiare a romanzi che hanno fatto la storia della letteratura mondiale.

Fred Vargas è una di questi scrittori. Anzi una scrittrice, a dispetto del nome, che infatti è uno pseudonimo, un omaggio alla sorella pittrice che firma così le sue opere, a sua volta per omaggiare Ava Gardner (Vargas era il nome del suo personaggio ne “La contessa scalza”). Persona strana, Fred Vargas. Madre chimica, padre surrealista, lei scienziata specialista in archeozoologia, una di quelle brave, visto che lavora per il centro nazionale di ricerca scientifica francese. Una che ha dedicato cinque anni della propria vita a studiare come si trasmette la peste dagli animali all’uomo doveva essere perfetta per scrivere romanzi gialli. Me l’aveva presentata mio cugino, anche lui grande lettore, la scorsa estate, dicendomi che i suoi erano gialli, ma non gialli da quattro soldi. Chissà perché c’è voluto un anno e poco più per spingermi verso quel ripiano della libreria in cui sapevo che c’erano i suoi libri.

Come nella migliore tradizione dei romanzi gialli, anche Fred Vargas ha un suo personaggio protagonista delle diverse storie: Jean-Baptiste Adamsberg. Persona curiosa anche lui, come la sua creatrice. Il suo braccio destro, Danglard, quando lo vede per la prima volta, pensa che la sua faccia sia stata messa insieme da Dio con gli avanzi che aveva in magazzino, e se il risultato era quell’uomo così stranamente bello, chissà cos’altro doveva esserci, nel magazzino di Dio. Questa è una delle tipiche frasi che ritroviamo in tutto il romanzo. È difficile parlare di una storia quando non puoi dire nulla che riveli la trama, quindi non posso certo dire cosa siano i cerchi azzurri, o chi sia l’uomo che li traccia, o chi sia il morto (o i morti...) e chi l’assassino. Sarebbe maleducato nei confronti di chi volesse leggerlo. Ma forse potrei anche farlo (tranquilli, non lo farò). Potrei perché in questo romanzo è la storia che fa da contorno ai personaggi. Adamsberg esiste già, non ha bisogno che qualcuno uccida nella sua città per essere quello che è. Il romanzo potrebbe benissimo parlare di aquiloni, e lui non perderebbe una briciola del suo fascino. Così come l’arguto e razionale Danglard, l’eterea Camille e tutti i comprimari che fanno la loro comparsa nella storia. Il desiderio di girare pagina non è dato dal voler conoscere le risposte alle domande poste dal caso, ma dal voler scoprire perché il commissario Adamsberg passa le sue giornate scarabocchiando sulle ginocchia. O perché ci sono volte in cui deve camminare. O perché pensa che un cerchio tracciato su un marciapiede sia preludio di una tragedia, quando tutto fa pensare che sia solo lo scherzo di un burlone che vuole far parlare di sé. Meravigliosi in questo senso i duetti tra Adamsberg e Danglard, una lenta approssimazione contrapposta a una veloce razionalità. Potrei anche dirvi chi è l’assassino, non vi rovinerei niente di questa intensa lettura.

Non mi spingo in analisi di ordine stilistico (non ne sarei molto capace), vi riporto solo un commento della stessa autrice alla sua opera di scrittrice di gialli. “Il poliziesco è come una favola, ironica o tragica o cerebrale. Non sopporto i gialli ultraviolenti che raccontano crimini complicatissimi (che nella realtà non esistono): un delitto è sempre semplice”.

Nell’auto, Danglard mormorò:
- Un tappo di bottiglia e una donna sgozzata, non colgo il nesso, non ci arrivo. Non riesco a capire cos’abbia in testa questo qui.
- Quando si guarda l’acqua in un secchio, - disse Adamsberg, - si vede il fondo. Metti dentro un braccio e tocchi qualcosa. Anche in una botte, ci riesci. In un pozzo, non ce la fai. Anche lanciarci dentro dei sassolini per cercare di capire non serve a niente. Il dramma è che ci si prova lo stesso. L’uomo ha sempre bisogno di “capire”. E questo gli crea solo grane. Lei non ha idea della quantità sterminata di sassolini che ci sono in fondo ai pozzi. E la gente non li lancia per sentire il rumore che fanno quando cadono nell’acqua. è per capire. Ma il pozzo è una cosa terribile. Quando quelli che l’hanno costruito sono morti, nessuno può più saperne niente. Ci sfugge, ride di noi dal profondo del suo ventre sconosciuto pieno di acqua cilindrica. Ecco cosa fa il pozzo, secondo me. Ma quanta acqua? fino a dove, l’acqua? bisognerebbe sporgersi, sporgersi per sapere, lanciare delle corde.
- Roba da annegarci, - disse Castreau.
- Certo.
- Ma non vedo che rapporto c’è con l’omicidio, - disse Castreau.
- Non ho detto che ce ne sia uno, - disse Adamsberg.
- Allora perché ci racconta la storia del pozzo?
- Perché no? Mica si può sempre parlare per essere utili. Ma Danglard ha ragione. Un tappo di bottiglia, una donna, non si capisce il nesso. È questa la cosa importante.

In memoria 68 - Nembrotto

“Rafel mai amech zabi et almi,”
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenian più dolci salmi.
E ‘l duca mio ver lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga,
quand’ira o altra passion ti tocca!
Cercati al collo, e troverai la soga
che il tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che il gran petto ti doga.”
Poi disse a me: “Egli stesso s’accusa;
questi è Nembrotto, per lo cui mal coto
pure un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciamlo stare, e non parliamo a voto;
chè così è a lui ciascun linguaggio,
come il suo ad altrui, ch’a nullo è noto.”

Inferno, canto XXXI versi 67-81

giovedì 18 settembre 2008

Il fascino del male - Man-bat

Non c’è niente di semplice in questo personaggio, a cominciare dalla sua storia editoriale. Man-bat nasce nel 1970, quando, dopo un periodo di storie in cui Batman era visto come un eroe positivo e quasi solare in alcuni tratti, si decise di riportare le avventure del personaggio al suo originale stile gotico. Le atmosfere tornarono a tingersi di scuro, la notte tornò ad essere il momento prediletto della vita e dell’azione di Bruce Wayne, che di nuovo tornava a vestire il suo costume come una seconda pelle, tenendolo indosso perfino in casa, se così si può chiamare la caverna in cui trascorreva la sua vita. In questo contesto, nasce Man-bat. In effetti, l’idea non era poi così originale, tanto che stupisce che nessuno ci avesse pensato prima. La galleria di avversari di Batman era sempre stata ricca di personaggi pittoreschi, e Man-bat non avrebbe certo sfigurato tra di essi.

Kirk Langstrom è uno scienziato, esperto di zoologia, e con una particolare passione per i chirotteri, ossia i pipistrelli. Langstrom è affascinato dalla figura di Batman, ai limiti dell’ossessione, tanto che dedica ogni suo sforzo nel sintetizzare un siero, estratto dai pipistrelli, che gli consenta di acquisire le loro capacità. Nella sua idea, lui potrebbe essere la spalla ideale per il grande eroe protettore di Gotham city. Ma le cose non vanno esattamente come pensava. Il siero funziona anche troppo bene, visto che, oltre all’udito ipersviluppato e al sistema sonar tipico dei pipistrelli, lo scienziato acquisisce anche il loro aspetto, trasformandosi in un ibrido tra uomo e pipistrello: un Man-bat, appunto.

Queste sono le origini del personaggio, e anche se in un secondo momento vennero riviste in qualche punto (Langstrom voleva creare il siero per curare la sua sordità), la sostanza rimane la stessa. Ma come ho detto all’inizio, niente in questo personaggio è semplice. Già, perché un banale criminale sarebbe stato trasformato completamente dal siero in una creatura malvagia, con la quale Batman si sarebbe scontrato avendo sempre la meglio. Invece Man-bat cerca di tener fede a quanto si era ripromesso, aiutando il cavaliere oscuro nella sua lotta alla criminalità. Ma non c’è solo questo. Langstrom ha una relazione con Francine Lee, una donna più giovane di lui che mal sopporta le sue ossessioni da scienziato, ma che a sorpresa si rivela davvero innamorata quando, scoperti gli effetti del suo esperimento, decide ugualmente di stargli accanto e di sposarlo. Tra l’altro, Batman riesce a trovare un antidoto alla trasformazione, e dopo uno scontro feroce con la sua parte animale, riesce a riportare Langstrom alla sua forma umana, aprendogli una strada ad una vita felice con la sua donna.Per un certo ciclo di storie, tutto sembra andare bene, tanto che Langstrom e signora si trasferiscono a New York, dove lui ricopre a tempo pieno il ruolo di supereroe, entrando a tutti gli effetti a far parte della bat-famiglia. Tuttavia, anche qui emergono aspetti contrastanti della sua personalità. Il desiderio di ricompensa e la frustrazione per non riuscire a provvedere ai bisogni di sua moglie e del futuro figlio lo amareggiano fortemente, ma allo stesso tempo non riesce a smettere di incarnare Man-bat, e non tanto per un desiderio di portare giustizia nelle strade, quanto per una morbosa forma di dipendenza dal suo lato bestiale. In più si aggiunge il costante desiderio di eguagliare il suo mito, portandolo a fare dei paragoni sempre poco edificanti. Tutto questo insieme di conflitti viene risolto, seppure in maniera tragica, in una storia recente, scritta da Bruce Johns, in cui Langstrom, in preda alla sua furia bestiale, massacra la sua famiglia, ma allo stesso tempo viene usato come capro espiatorio di altri delitti da Hush, che alla fine uccide definitivamente il lato umano di Langstrom, lasciando Man-bat finalmente libero.

Molto interessante in questa storia è però il confronto con Batman. Nei momenti di peggiore conflitto interiore, lo scienziato non riesce a sopportare di avere ucciso la propria famiglia, e tenta il suicidio, ma la sua parte animale si oppone e lo salva. Perciò Langstrom fa di tutto perché sia lo stesso Batman a ucciderlo, ponendo fine alle sue sofferenze. Ma Batman, sebbene sia completamente umano, non può non ritrovare dentro di sé gli stessi conflitti, le stesse ossessioni e le stesse tendenze autodistruttive. Però, a differenza di Langstrom, che non riesce ad opporvisi, lui le affronta, e riscopre il desiderio di vivere la vita che gli è toccata. Non è tutto il personaggio di Man-bat in sé ad essere importante, quindi, quanto il fatto che ci fornisce un’ulteriore occasione per guardare dentro l’animo del cavaliere oscuro e portare alla luce le ombre interiori con le quali ha ricoperto la sua vita.

In memoria 67 - Il pozzo dei Giganti

Poco portai in là colta la testa,
che mi parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, di’, che terra è questa?”
Ed egli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo dalla lungi,
avvien che poi nel maginar aborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto il senno s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi.”
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: “pria che noi siam più avanti,
acciò che il fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti;
e son nel pozzo intorno della ripa
dall’umbilico in giuso, tutti quanti.”

Inferno, canto XXXI versi 19-33

sabato 13 settembre 2008

Via del campo

Da un po’ di tempo sto preparando un regalo per una cara amica, e quando lo faccio mi piace avere un sottofondo di musica. Sebbene ci siano più di quattromila files nella cartella ‘Musica’ del mio computer, la scelta cade quasi sempre sulle stesse canzoni: qualche album di de Andrè o di Guccini. Proprio ieri sera stavo ascoltando “Via del campo”, e ad un tratto mi è venuto da pensare che non sarebbe male scriverci sopra due parole.

Fabrizio de Andrè è genovese, questo lo sanno tutti. E chi conosce un minimo la sua opera sa anche che cantare la sua città è sempre stata una delle sue passioni. Le creature di Fabrizio sono ancora lì, tra i carruggi del centro storico della città. Molte di queste creature sono dei relitti, degli scarti di una società borghese che non li riconosce e non li accetta. Ladri, fannulloni, depravati, assassini... e naturalmente prostitute. Via del campo era famosa proprio per queste ultime. Un tempo era un luogo di contrabbando e prostituzione, praticata tanto nei magazzini quanto negli angoli bui della strada, perfettamente in sintonia con l’atmosfera di quel posto. Eppure, ascoltando le parole di questa canzone, non ci si può non innamorare di quelle figure, tanto fisiche e materiali da arrivare a sembrare quasi irreali e mistiche. Lo dimostrano le parole delle prime strofe, in cui vengono descritte tre di queste donne, e la loro attività, con parole dolcissime. In tutto quello che ho letto e sentito nella mia vita, non ho mai trovato una descrizione più bella dell’esercizio della prostituzione di quel “...vende a tutti la stessa rosa”. Così come non riesco a pensare ad un modo più intenso per descrivere la leggerezza di una donna che si muove di “...nascon fiori dove cammina”. Per non parlare poi della esaltazione dei piaceri sessuali visti come un paradiso raggiungibile tramite una semplice rampa di scale. Ci si commuove nel sentire il racconto di quell’uomo che, stregato dalla bellezza di una di quelle donne, si illude di poterla sposare, e rimane incredulo nel vederla rifiutare chiudendo il balcone della stanza dove accoglierà il prossimo cliente. Fabrizio ci mostra come in quella strada malfamata possa nascere un amore, che fa sorridere quando ci risponde, che fa piangere quando si mostra indifferente. E a conclusione di tutto, quasi voglia fare un dispetto a tutti coloro che la pensano diversamente, ci ricorda come dalle cose perfette, come i diamanti, niente può avere origine, mentre dalla cosa peggiore che possiamo immaginare nascano cose meravigliose.


Ancora oggi, in via del campo si trova un negozio di dischi in cui era conservata ed esposta la chitarra Esteve di de Andrè, messa all’asta per beneficenza poco dopo la sua morte. Il proprietario del negozio, da sempre amico di Fabrizio, ne ha fatto una sorta di museo della memoria, con le sue canzoni sempre in sottofondo e le copertine originali dei suoi album esposte in vetrina. Sebbene Gianni Tassio sia morto da quattro anni, la sua opera di mantenimento della memoria dell’amico continua ad opera della moglie. Anche in un posto malfamato come via del campo può nascere un fiore.




Via del campo

Via del campo c’è una graziosa,
gli occhi grandi, color di foglia,
tutta notte sta sulla soglia,
vende a tutti la stessa rosa.

Via del campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada,
gli occhi grigi come la strada,
nascon fiori dove cammina.

Vai del campo c’è una puttana,
gli occhi grandi color di foglia,
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andare lontano,
lei ti guarda con un sorriso.
Non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del campo ci va un illuso
a pregarla di maritare,
a vederla salire le scale
fino a quando il balcone è chiuso.

Ama e ridi se amor risponde,
piangi forte se non ti sente,
dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.


video

La canzone di questo primo video è una versione live dell'originale, forse anche più intensa e profonda in questo nuovo arrangiamento. La frase piccola che si legge sulla camicia di Fabrizio in basso a destra è "Signora Libertà, sisgnorina Anarchia", una versione modificata in un concerto dell'originale "Signora Libertà, signorina Fantasia" della canzone "Se ti tagliassero a pezzetti".

video

Questo secondo video è un tributo alla poesia di Fabrizio de Andrè da parte di un gruppo di appassionati. La canzone è la versione originare di "Via del campo", quella contenuta nell'album "Volume 1" del 1967. Il finale è un po'... particolare, e si distacca dal significato vero e proprio del testo di Fabrizio. Ma ho voluto inserirlo lo stesso per la bellezza delle immagini e dell'atmosfera che richiamano. I crediti del cortometraggio sono inseriti alla fine, quindi evito di trascriverli qui.

In memoria 66 - Sinone

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate il verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”
“Qui li trovai, e poi volta non dierno,”
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L’una è la falsa che accusò Giuseppo;
l’altro è il falso Sinon greco da Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo.”

Inferno, canto XXX versi 91-99

venerdì 12 settembre 2008

Complotti e malefici

Ieri era un giorno particolare. Non solo per alcuni, ma per tutti. Da quel giorno di sette anni fa, buona parte del mondo, in tutti i suoi aspetti, è cambiato. L’economia, la religione, la vita di tutti i giorni hanno assunto significati diversi, per alcuni in maniera più radicale, per altri in modi meno visibili. È curioso, ma proprio ieri mi è capitato di rivedere un film, e un ricordo mi ha colto alla sprovvista quando ho realizzato che era proprio quel giorno. L’11 settembre. Parecchie volte sono stato tentato di parlare di questo film, ma la cosa giusta da fare sarebbe parlare del fumetto da cui è tratto. Purtroppo, il fumetto di cui parlo è di una complessità tale che è molto difficile da analizzare. Servono parecchie letture per coglierne tutti i significati, e l’ho letto diverso tempo fa. Il desiderio di rileggerlo mi ha preso diverse volte, ma sono talmente tante le cose che ho da leggere che ogni volta rileggere qualcosa mi sembra tempo sottratto alle novità.

Il fumetto a cui mi riferisco è “V for Vendetta”, una delle opere più intense e significative di Alan Moore. Già solo questo nome dovrebbe bastare a giustificare il mio imbarazzo e la mia titubanza a parlarne. Un giorno forse lo farò. Non oggi. Il film che ne è stato tratto è una buona sintesi di uno degli elementi portanti del romanzo grafico: il totalitarismo politico. Quello che mi ha spinto a scrivere queste righe è il ricordo di un aneddoto legato all’uscita nelle sale del film. Il protagonista della storia è un terrorista, e guarda caso l’uscita del film era prevista pochi mesi dopo l’attentato alle torri gemelle di New York. E vista la stretta correlazione tra l’argomento trattato e i fatti accaduti nella realtà, si decise (chi l’ha deciso non lo so, ma è poco importante) di posticipare l’uscita del film. Motivo ufficiale: la lettura positiva che veniva data del personaggio, di un terrorista che in nome di un ideale mette in atto una serie di attentati alle istituzioni del governo Britannico.

Adesso sono costretto a fare qualche accenno alla trama. In un futuro prossimo, l’Inghilterra è retta da un regime totalitario che basa la sua potenza sul controllo mediatico delle masse e sulle strettissime proibizioni di qualunque cosa venga giudicata sovversiva. Immigrati, musulmani, omosessuali, attivisti politici, vengono giudicati criminali, arrestati e rinchiusi senza che se ne sappia più nulla da apposite forze di polizia che vanno sotto il nome di Castigatori. Come si è giunti a questo? Qualche anno prima, l’Inghilterra è vittima di un attentato terroristico, che colpisce tre obiettivi: una scuola, una stazione della metropolitana e un impianto per la depurazione dell’acqua. Nel panico generale, la voce di un politico conservatore si alza più forte delle altre fino a raggiungere il potere assoluto. Una cosa già vista anche nella realtà. Il paragone con la Germania e l’Italia del primo dopoguerra, e per certi versi anche con la Spagna e la Russia, è quasi scontato.

Ma quello di cui voglio parlare è un’altra cosa. Perché nel film, a un certo punto, nella mente dell’ispettore capo Finch comincia a farsi strada il sospetto di una amara verità. E nella mia, di mente, proprio rivedendo il film in questa strana coincidenza di date, si è fatta strada un’altra idea. Potrebbe essere che la ragione della posticipata uscita del film non sia stata la possibile simpatia degli spettatori per il terrorista e il terrorismo in generale. Forse, la storia arriva ad una conclusione molto vicina alla realtà, più di quanto qualcuno vuole che la gente pensi. In questi sette anni, le ipotesi su complotti, opportunismi politici e interessi economici si sono sprecate. Una delle voci più autorevoli che si sono alzate è stata quella di Michael Moore con il suo film-documentario “Fahrenheit 9/11”, in cui rivelava strani contatti tra esponenti della politica e dell’economia americana e quelli che si sono rivelati essere terroristi internazionali. Però sappiamo tutti che le voci grosse non vengono quasi mai ascoltate. Sono i sussurri, le metafore, le voci di corridoio, quelli che fanno pensare. Forse, poteva essere più pericoloso un film fantapolitico che un documentario. Nessuno può fare più che delle congetture in proposito, ma quello strano concatenamento di eventi che vede delinearsi l’ispettore Finch potrebbe anche essere accaduto davvero. Probabilmente non lo sapremo mai. Perché anche noi abbiamo tutte le informazioni: tutti i nomi, le date... Quello di cui abbiamo bisogno veramente è una storia. E ho paura che questa storia non ce la verrà a raccontare nessuno, se non tra molti, molti anni.

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In memoria 65 - Il maestro Adamo

Io vidi un, fatto a giusa di leuto,
pur ch’egli avesse avuto l’anguinaia
tronca dell’altro che l’uom ha forcuto.
La grave idropisia, che sì dispaia
le con l’omor che mal converte,
che ‘l viso non risponde alla vetraia,
faceva a lui tener le labbra aperte,
come l’etico fa, che per la sete,
l’un verso il mento, e l’altro in su rinverte.
“O voi, che sanza alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo,”
diss’elli a noi, “guardate e attendete
alla miseria del maestro Adamo!
Io ebbi, vivo, assai di quel ch’io volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.”

Inferno, canto XXX versi 49-63

domenica 7 settembre 2008

La solitudine dei numeri primi

Odio i libri prestati. Mi sembra che mi rubino qualcosa. Non so spiegarlo bene, ma la sensazione che provo ad appoggiare le dita su pagine che non sono mie non è piacevole. Quanto meno, non è la stessa cosa di quella che provo con i libri miei. Inoltre, per quella maledetta mania compulsiva che mi obbliga a possedere fisicamente le cose che mi piacciono, ora dovrò comprarlo per posarlo senza neanche averlo aperto. Perché in effetti mi è piaciuto. Me ne aveva parlato una cara amica, qualche tempo fa, ma io ho la tendenza a dimenticarmi di queste cose se non le fisso nella memoria toccandole con mano. Pochi giorni prima delle vacanze, ci siamo visti, e lei lo aveva portato per prestarmelo. “L’ho letto in due giorni, e io ci metto un po’ a leggere i libri, di solito”, mi aveva detto sorridendo. L’ho messo nello zaino dando solo uno sguardo alla copertina, senza neanche leggere il risvolto interno. In fondo, mi fido del suo giudizio, non credo le possa piacere un libro che a me non piacerebbe. Tra l’altro, mi faceva pure comodo, perché quest’anno, essendo come sempre a corto di soldi, non avevo fatto la mia consueta spesa estiva in libreria, e non avevo niente da portarmi in paese oltre al libro che avevo già iniziato. L’ho cominciato senza troppa voglia, un pomeriggio in cui c’era troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa, ma purtroppo alcuni impegni e delle belle giornate mi hanno impedito di battere il record: ci ho impiegato ben tre giorni a leggerlo, visto che leggevo solo la sera. Il primo pensiero, tornando in città, sarà andare a comprarlo e trovargli posto nella libreria di casa.

I numeri primi sono quelli divisibili solo per uno e per se stessi. Tra questi, ce ne sono alcuni un po’ particolari, che i matematici chiamano numeri primi gemelli, perché sono separati solo da un numero pari, come 3 e 5 o 17 e 19. Paolo Giordano tradisce un po’ il suo animo di fisico, anche se questa speculazione ce la saremmo aspettata di più da un matematico puro. È molto interessante però l’accostamento tra questo concetto numerico e due vite ai margini del mondo, i due protagonisti del romanzo, Alice e Mattia. Alice odia il suo corpo. Non solo la sua gamba zoppa a causa di quell’incidente sugli sci quando era piccola, ma tutto il suo essere. Vorrebbe vedersi trasparente. È per questo che a tavola ammucchia il cibo nel tovagliolo per poi buttarlo via. Mattia odia se stesso. Aveva una sorella, da piccolo, ritardata. Doverle stare accanto lo metteva costantemente a disagio, si sentiva escluso dagli altri amici. Ma a quella festa voleva proprio andarci senza averla tra i piedi. Che poteva succedere a lasciare Michela da sola nel parco per un paio d’ore? Quando Michela sparisce, data per morta annegata nel fiume, qualcosa di malato cresce nella testa di Mattia, lo isola dal resto del mondo, come se quel difetto fosse passato da Michela a lui.

Una anoressica zoppa e un quasi autistico. Ecco le vite ai margini del mondo, che gli eventi avvicinano nel corso della vita, fino a farli diventare più che semplici amici. Forse, Alice e Mattia sono come due numeri primi gemelli, molto vicini ma mai abbastanza da potersi toccare. Le altre persone, le esperienze, i lavori, i viaggi, non saranno sufficienti a spezzare questo legame distorto che si instaura tra i due. Due scarti della vita che non pretendono niente l’uno dall’altro, perché nessuno dei due sembra avere molto da dare e nessuno dei due si sente in diritto di ricevere.

È un bel romanzo. Anzi, per essere il romanzo d’esordio di un autore che è nato nel mio stesso anno, è anche troppo bello. Le tragedie di questi due esseri vengono messe a nudo in maniera esplicita, ma senza la morbosità di chi ha piacere nel leggere o nel raccontare disgrazie, seppure inventate. E accanto a queste, ci sono momenti di grande tenerezza e sentimentalismo, soprattutto nelle pagine che parlano della vita adulta dei protagonisti, in cui i rapporti con l’altro sesso diventano un impacciato dovere piuttosto che un’affermazione piacevole di se stessi. Solo una cosa non mi è piaciuta. Non che io avrei saputo fare di meglio, intendiamoci, però sento che, per la mia sensibilità, c’è un elemento che manca. Ma è difficile descriverlo, perché il mio è più che altro un accenno di sensazione, piuttosto che un elemento realmente tangibile. È come se manchi un happy ending. In nessuna delle vite narrate nel romanzo, dai protagonisti ai comprimari, c’è uno sprazzo di felicità, un barlume di allegria. Che non ci sia per Alice e Mattia è comprensibile, è la storia delle loro vite a metà, un lieto fine del tipo “... e vissero per sempre felici e contenti” non ci stava affatto. Ma neanche gli altri personaggi si meritavano una speranza? Penso al fotografo che dà lavoro ad Alice, attratto da lei come la volpe dall’uva, che stavolta più che acerba si rivela marcia. Penso a Nadia, attratta da Mattia, che è disposta a concedersi se solo lui mostrasse un minimo trasporto nei suoi confronti, e che lo vede partire al richiamo di una lettera. E come questi potrei fare altri esempi. È un bel romanzo. Peccato che manchi di quel minimo di speranza che tutti si meritano. Perché, a dispetto di quanto dice Alice, non è poi così facile rialzarsi da soli.

Mattia tossì piano nella mano chiusa a pugno, per scaldarla. Percepiva l’urgenza di Nadia, ma non sapeva decidersi. E anche se avesse deciso, pensava, non avrebbe saputo come fare. Una volta Denis, parlando di sé, gli aveva detto che gli approcci sono tutti uguali, come le aperture negli scacchi. Non bisogna inventarsi niente, non serve, perché tanto si è in due a cercare la stessa cosa. Poi il gioco trova da sé la sua strada ed è solo a quel punto che ci va la strategia.Ma io non conosco neppure le aperture, pensò.

In memoria 64 - Gianni Schicchi

Ma né di Tebe furie, né Troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, non che membra umane,
quant’io vidi due ombre morte e nude,
che mordendo correvan di quel modo,
che il porco, quando del porcil si schiude.
L’una giunse a Capocchio, ed in sul nodo
del collo l’assannò sì che, tirando,
grattar gli fece il ventre a fondo sodo.
E l’Aretin, che rimase tremando,
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando.”
[...]
“Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro, che la sen va, sostenne,
per guadagnar la donna della torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma.”

Inferno, canto XXX versi 22-33 e 40-45

venerdì 5 settembre 2008

Rimorsi

A volte sbagliamo. So benissimo che non è facile ammetterlo, né con noi stessi né con gli altri, soprattutto. Perché nel nostro lavoro, a volte gli errori si pagano cari. E metterli da parte non è una soluzione accettabile. Non voglio dire che il nostro lavoro è il peggiore, sotto questo punto di vista. In effetti, se un ingegnere sbaglia a fare i calcoli per costruire una diga e la diga crolla, possono morire decine di persone. Se un avvocato commette un errore, qualcuno può ritrovarsi a perdere ingiustamente tutto quello che ha, e a volte questo può essere una cosa peggiore della morte. Ci sono solo due differenze tra queste responsabilità e le nostre, perché sono diverse le situazioni in cui lavoriamo noi. La prima differenza è che tutti gli altri hanno il tempo per controllare e ricontrollare quello che fanno, per chiedere aiuto se hanno dei dubbi, o per rinunciare se non si ritengono all’altezza, prima che si manifestino le conseguenza dei loro eventuali errori. A noi invece molto spesso questo tempo non viene concesso. La seconda è che, a differenza degli altri, noi giochiamo ad un gioco di cui non conosciamo le regole. Non tutte e non bene. Non perché siamo negligenti o abbiamo studiato poco o non ci impegniamo, ma perché non esistono regole precise per ogni caso. Ci orientiamo con la statistica, le sperimentazioni, le linee guida e l’esperienza, ma nessuno avrà mai certezze nel nostro lavoro. Quando studiavo, alcuni professori amavano dirci a lezione che in medicina due più due non fa mai quattro. Niente di più falso. Due più due fa sempre quattro. Il nostro problema è che noi non abbiamo a che fare con equazioni così semplici. Le nostre formule hanno decine di variabili, alle quali bisogna cercare di attribuire un valore il più preciso possibile, per ottenere un risultato che è comunque sempre e solo orientativo, mai certo. Molte di queste incognite non sappiamo nemmeno che entrano in gioco nell’equazione, e ad altre non riusciamo ad attribuire un valore. Ecco la differenza tra il nostro lavoro e tutti gli altri: noi siamo chiamati a dover prendere delle decisioni difficili sulla base di informazioni incomplete e senza avere molto tempo a disposizione. È questo il nostro compito, ed è una scienza che non avrà mai certezze. E quando sbagliamo, ne rispondiamo noi personalmente. Se non siamo in grado di prendere queste decisioni, senza pause, senza poter riflettere, non abbiamo il minimo diritto di chiamarci medici.

Ecco a cosa servono i rimorsi. A ricordarci che possiamo fallire. A farci capire che è necessario essere in grado di trovare la soluzione per tutte quelle incognite. Molto spesso chi fa il nostro lavoro si difende dagli errori scaricando le colpe su qualcun altro. Invece, dovremmo avere il coraggio di considerare ogni fallimento come se fosse un nostro fallimento. Quando qualcosa va storto, a prescindere da chi sia il responsabile, dovremmo pensare che lasciamo famiglie addolorate, figli orfani, coniugi vedovi. Noi li vediamo uscire dalla porta e già pensiamo agli altri pazienti, perché è questo il nostro dovere ed è giusto saper andare avanti. Ma quello che non è giusto, e non è nemmeno vantaggioso, è scrollarsi le spalle dicendo ‘Non potevamo fare nient’altro’. C’è sempre qualcosa che si poteva fare, e non ne siamo stati capaci. “In ospedale, se vuoi imparare dai tuoi errori, devi portarli con te”. È questa la nostra vera forza, e guarda caso, anche questo non c’è scritto su nessun libro.


video

In memoria 63 - Griffolino d'Arezzo

“O tu che con le dita ti dismaglie,”
cominciò il duca mio all’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tenaglie,
dinne s’alcun latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
eternamente a cotesto lavoro.”
“Latin sem noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue,” rispuose l’un piangendo:
“ma tu chi se’ che di noi domandasti?”
E il duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo.”

Inferno, canto XXIX, versi 85-96

mercoledì 3 settembre 2008

Le donne dei comics - Rogue

Non c’è dubbio che a renderla nota al grande pubblico siano stati i film basati sulle storie degli X-Men, soprattutto il primo, che la vede protagonista più degli altri personaggi. Tuttavia, chi consce i fumetti di questi eroi, non ritrova grosse somiglianze tra la Rogue cinematografica e quella cartacea. Partiamo dalle analogie. Rogue ruba i poteri e le energie vitali. Le basta un tocco della sua pelle con quella di un altro essere per acquisirne le capacità mutanti, se ne ha, o solamente la forza vitale. Fine. Non ci sono altre analogie tra i due personaggi. Ecco perché volevo parlare un po’ meglio di quella dei fumetti. Intendiamoci, il personaggio del film mi piace, salvo che per il finale dell’ultimo, ma quello è solo un dettaglio. Però non è la stessa Rogue delle storie degli anni Ottanta. Intanto, Rogue non è un’adolescente ma una donna a tutti gli effetti. È vero che non è capace di controllare il suo potere, ma quello con gli X-Men non è il suo primo contatto con altri esseri come lei. Prima di giungere nella sede del gruppo di eroi, Rogue milita a lungo in un gruppo criminale terrorista, deciso a risolvere il problema dei mutanti imponendone la supremazia sugli esseri umani comuni. È proprio l’uso sconsiderato dei suoi poteri che fa in questo gruppo, sotto l’ala di Mistica, che la spinge a cercare rifugio e aiuto in qualcuno che possa insegnarle a gestirli ed usarli in modo migliore. Tra l’altro, sebbene il suo vero potere mutante sia quello di assorbire le menti e le capacità altrui, per un lungo periodo della sua militanza negli X-Men, Rogue ha i poteri di Miss Marvel, alias Carol Danvers, alla quale li aveva permanentemente sottratti, insieme a buona parte dei suoi ricordi, in seguito ad un contatto prolungato.
Ed ecco che arriviamo alla differenza fondamentale che vorrei sottolineare tra il personaggio originale e la sua versione cinematografica. Nel film, l’unico vero disagio che deriva alla ragazza dai suoi poteri è quello di non poter avere contatti fisici con le altre persone. Che sicuramente, in una fase delicata come l’adolescenza, deve rappresentare un trauma non da poco. Ma il personaggio dei fumetti ha un problema in più, che non viene evidenziato nel film. Ogni volta che Rogue tocca una persona, non ne acquisisce solo i poteri e la forza vitale, ma anche i pensieri. Tutto quello che identifica quella persona si trasferisce in lei: idee, sensazioni, paure, sentimenti, tutto. E, a differenza dei poteri che spariscono dopo un certo tempo, queste tracce mentali rimangono dentro di lei per sempre, rendendo la sua mente un’accozzaglia confusa di pensieri che non le appartengono e in cui è difficile isolare la propria psiche. A mio parere, è questo, più che la privazione del contatto fisico, a rappresentare una tortura per la bella mutante del sud. Il non poter mai essere sicura che quello che prova lo sta provando lei e non qualcun altro nella sua testa. Volutamente non parlo della sua tormentata relazione con Gambit, o della sua ‘strana’ attrazione per Magneto, perché mi dilungherei troppo, volevo solo sottolineare come non ci sia cosa peggiore che perdere la propria identità, il proprio io, e sotto questo aspetto non ci può essere un esempio più chiaro di Rogue.
Come vedete, non ho fatto neanche un cenno al suo aspetto, non perché non meriti di essere guardata per bene da tutti coloro che abbiano voglia di rifarsi gli occhi (mi ricordo perfettamente le splendide tavole di Andy Kubert che la ritraeva in maniera esemplare), ma perché è bene notare che nei personaggi femminili dei fumetti, non ci sono sempre e solo forme, ma anche contenuti.

In memoria 62 - Falsari

Quando noi fummo in su l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere alla veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean gli strali;
ond’io gli orecchi con le man copersi.
[...]
Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
giù ver lo fondo, la ‘ve la ministra
dell’alto sire, infallibil Giustizia,
punisce i falsador che qui registra.
[...]
Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle
l’un dell’altro giacea, e quel carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando ed ascoltando gli ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due seder a sé poggiati,
come a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze maculati;
e non vidi giammai menar stregghia
da ragazzo aspettato dal signorsi,
né da colui che malvolentier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
dell’unghie sovra sé per la gran rabbia
del pizzicor che non ha più soccorso;
e si traevan giù l’unghie la scabbia
come coltel di scardova le scaglie,
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

Inferno, canto XXIX versi 40-45, 52-57 e 67-84

lunedì 1 settembre 2008

Guarda come ti amo

Una storia d’amore. Non so come mai ma era da un po’ che non mi capitava di leggerne. È difficile dire che cosa mi abbia attratto in questo libro, quando l’ho visto in libreria. Forse, più che altro, è stato l’avvicinarsi dell’estate, che negli anni passati ha rappresentato il periodo di intense letture al fresco di case di campagna o in riva al mare. Però quest’anno l’estate, intesa in questi termini, è durata davvero poco, due settimane scarse. Per motivi vari, ho deciso di prolungare la mia permanenza in città e il lavoro in ospedale fino al 14 agosto, e visto che l’ultimo periodo è stato piuttosto intenso, gli spazi dedicati ai libri sono stati molto risicati, purtroppo. È stato lì, coricato sulla mensola della libreria, nel posto dei libri in corso di lettura, in quella paziente attesa di cui solo i libri sono capaci, per alcune settimane, accontentandosi di essere aperto per non più di mezz’ora, una sera ogni tanto, a farsi leggere. Poi l’ho portato a Cefalù, e nel giro di un paio di giorni era finito. Devo dire che, quando l’ho chiuso, mi sono sentito leggermente in colpa, perché probabilmente avrebbe meritato una lettura più assidua e coinvolta. Ultimamente, guardando la mia libreria (cosa che faccio spesso), mi sono fatto prendere dal desiderio di rileggere alcuni libri, e chissà che prima o poi anche a questo non tocchi di meritarsi una seconda lettura, spero più partecipe della prima.

“Guarda come ti amo” è una storia d’amore. Ma quasi mai una storia d’amore è solo una storia d’amore. Questa non lo è. Appoggia un piede nella storia contemporanea, precisamente in quella Spagna franchista ancora ubriaca dei desideri coloniali di metà Novecento. L’altro piede è invece saldamente fermo sulla natura. È strano come spesso questa parola venga contrapposta al concetto di umanità, come se uomo e natura fossero due rivali destinati a ignorarsi reciprocamente, nel migliore dei casi, o a lottare tra di loro, nel peggiore. In questa storia l’uomo è parte della natura, perché si parla di uomini che col mondo che li circonda devono fare i conti da secoli. Infine, tutta la storia è un intreccio tra presente e passato, il poetico viaggio di una donna tra storia, popolazioni, paesaggi e sentimenti.

La dottoressa Cambra è una donna quarantenne, con una rispettabile vita borghese in una Barcellona fiorente e una mediocre dose di felicità. Un passato accidentato ha determinato la sua difficoltà di godere appieno dei piaceri della vita, del lavoro e della famiglia. Un passato che le ritorna addosso come una schiaffo dato di sorpresa, quando meno te lo aspetti, nella forma di una foto in cui riconosce Santiago, il suo fidanzato ai tempi dell’università, il suo unico grande amore. Ma Santiago è morto sotto le armi, ne è sicura. Eppure, la data sul retro di quella foto dice il contrario. Ecco che partono i due viaggi. Uno fisico, in cui Montse Cambra lascia la Spagna e la serenità per avventurarsi nel deserto del Sahara, in una di quelle colonie in cui Santiago prestava servizio militare. E l’altro mentale, dove le immagini del passato si accostano ai momenti presenti, ricordandole gli incontri, il corteggiamento, le feste, e quel curioso sentimento che Montse non aveva mai provato prima e che non può che rispondere al nome di amore. Un amore nascosto agli occhi troppo protettivi della famiglia in cui la ragazza non è mai riuscita a trovare il suo posto, in perenne contrasto con la sorella.

La vera abilità di Luis Leante sta nel fondere insieme i fotogrammi di questi due momenti, il passato e il presente, come in un album di foto sparse a casaccio che vengono riunite da un sapiente lavoro didascalico. Il collante di tutto è il deserto con i suoi abitanti, che ne sono un elemento costitutivo piuttosto che una presenza aggiunta, né più né meno che i suoi granelli. E grazie a quelle folate di vento che sollevano nubi di sabbia fine come cipria, tutto si armonizza in un’unica, poetica, storia d’amore, dal sapore amaro nel finale, quasi a voler dimostrare che niente, neanche il ricordo di un amore, può resistere al vento del deserto.

In memoria 61 - Bertrand de Born

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
se non che coscienza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom fiancheggia
sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Io vidi certo, ed ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan gli altri della trista greggia;
e il capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano, a guisa di lanterna;
e quel mirava noi, e dicea: “Oh me!”
Di sé faceva a se stesso lucerna,
ed eran due in uno, e uno in due:
com’esser può, quei sa che sì governa.
Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
che furo: “Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa!
E perché tu di me novella porti,
sappi ch’io son Bertram dal Bornio, quelli
che diede al re giovane i ma’ conforti.
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli;
Achitofel non fe’ più d’Absalone
E di David co’ malvagi puntelli.
Perch’io partii così giuste persone,
pertito porto il mio cerebro, lasso!
dal suo principio, ch’è in questo troncone:
così s’osserva in me lo contrappasso.”

Inferno, canto XXVIII versi 112-142