mercoledì 29 ottobre 2008

Cinquant'anni in medicina

Oggi è stato un giorno particolare. Oggi, alle 11.30 in punto, una settantina di persone si sono riunite in una stanza per ascoltarne altre sei che parlavano di una. La stanza è l’aula Maurizio Ascoli del Policlinico di Palermo. Le settanta persone sono professori, medici, e qualche studente (tra cui io) della facoltà di Medicina. Le sei sono i professori Elio Cardinale, Giovan Battista Rini, Giuseppe Montalto, Antonio Carroccio, Carlo Barbagallo e Maurizio Averna. L’una è Alberto Notarbartolo. Da sabato 1 novembre il professore Notarbartolo smette di essere il primario del reparto di Medicina Interna e Geriatria U.O. 26.03, il direttore del Dipartimento di Medicina clinica e delle patologie emergenti, il direttore della scuola di specializzazione in Medicina Interna I, il professore ordinario di Medicina Interna. Ma il valore di un uomo non si misura dal numero di righe che occorrono per elencarne i titoli, né dal numero di carte su cui compare il suo nome. Si misura dal valore dei suoi allievi, dalle loro capacità, e dal trasporto con il quale oggi gli hanno tributato un saluto doveroso e onorevole. Il professore Notarbartolo tra due giorni non smette certo di essere un medico, né tanto meno un maestro e un esempio per tutti coloro che hanno lavorato sempre ‘con’ lui e mai ‘per’ lui. Non starò qui a ripetere gli interventi di coloro che oggi hanno parlato e ripercorso insieme i cinquant’anni di vita nella medicina (dalla laurea nel 1958 a oggi) del professore, ma uno lo voglio sottolineare. Quelli che conoscono il professore Averna sanno che può essere definito in molti modi, ma non certo come una persona emotiva. Più volte l’ho visto parlare a congressi anche di un certo rilievo e mai in queste occasioni l’ho visto tentennare. Oggi, per ben due volte, a Maurizio Averna si è fermata la voce, la prima davanti a una vecchia foto, la seconda quando ha accennato a Laura. Per scelta non dico chi è Laura, quelli che lo sanno capiranno, basta dire che il dolore di una persona è il suo universo privato e nessuno può permettersi di violarlo. Aggiungo soltanto che quando passo in un certo corridoio sotto una certa targa con quel nome sopra, un leggero brivido mi corre lungo le braccia. Conosco il professore Notarbartolo da meno di quattro anni, eppure oggi, in quell’aula, anch’io ho provato qualcosa. Posso solo tentare di immaginare cosa ha provato chi questi ultimi cinquant’anni li ha vissuti insieme a lui, professionalmente e personalmente.

lunedì 27 ottobre 2008

Piano meccanico

Il primo che ho letto è stato “Mattatoio n° 5”, e dopo averlo finito, la prima cosa che ho pensato è stata: ‘Li devo avere tutti’. Chi aveva scritto quel capolavoro meritava che anche tutti gli altri suoi romanzi venissero letti, direi quasi con dedizione. Così, con pazienza e con molti risparmi, ci sono riuscito. A poco a poco, le costine con la stessa grafica aumentavano di numero sulla mensola, e io mi perdevo in quei mondi straordinari che la mente di Kurt Vonnegut riusciva a creare. Un autore molto particolare, che ha capito forse prima di chiunque altro che la fantascienza doveva essere un mezzo per spiegare il mondo reale, non per fuggire da questo. Ogni volta che qualcuno mi vedeva leggere un libro di Vonnegut e mi chiedeva di cosa parlasse, io rispondevo: “Lo spunto iniziale è un viaggio nello spazio”, oppure “In una società del futuro...”. a questo punto, il commento di chi mi aveva posto la domanda immancabilmente era: “Ah, ho capito, una storia per ragazzi”. Dentro di me si smuoveva un nervoso che non so descrivere a parole. A parte che non capisco perché ‘per ragazzi’ debba significare ‘di scarso valore’, in realtà quelle di Vonnegut non sono affatto storie semplici. Ogni singolo romanzo è una spietata e feroce critica alla società americana (di cui lui stesso faceva parte), con una satira pungente e ironica che fa sorridere con le sue trovate, ma che fa anche riflettere. Ogni romanzo si scaglia contro dei particolari aspetti della società, quella americana nello specifico, che però viene assunta come modello globale per parlare di tutto il mondo e di tutti gli uomini.

“Piano meccanico” è il primo romanzo di Vonnegut, pubblicato nel 1952, proprio alla fine di quella guerra da cui l’autore prende spunto per la sua storia. In un ipotetico futuro, dopo una guerra che ovviamente è stata l’ultima, tutto ciò che esiste è controllato dalle macchine. Durante il conflitto, alcuni tecnici e manager hanno dovuto rinunciare alla forza lavoro umana, chiamata a combattere, e l’hanno sostituita con sofisticati impianti tecnologici. Finita la guerra, ci si è resi conto che la situazione andava benissimo, si era creata un’utopia dove tutto funzionava alla perfezione. Così, alcuni tecnocrati selezionati in base al loro quoziente intellettivo gestivano intere città da soli, e il resto delle masse, le cui attitudini consentivano loro di svolgere solo lavori manuali che non esistevano più, era relegato in un limbo in cui non erano più necessari. In questo contesto, il cittadino medio americano viveva relegato in un ghetto lontano dalle industrie, circondato da comodità atte ad ammansirlo. Uno scarto del processo industriale dal quale non ci si aspetta nessuno scatto di ribellione. Però l’ingranaggio si inceppa. Paul Proteus, uno di quelli che la genetica ha eletto sovrani del mondo, devia dai binari della sua ordinata esistenza per accorgersi che l’uomo non deve cambiare il mondo, deve cambiare se stesso.

“Piano meccanico” è l’invito che Kurt Vonnegut faceva già nel 1952 all’America, e insieme a tutto il mondo, chiedendo che la società sia formata da individui disposti a pensare che la cultura americana, così come ogni altra cultura, non è né vera né utopica, ma parziale e imperfetta.

Andassero tutti all’inferno, andasse tutto all’inferno. Questo segreto distacco gli dava la deliziosa impressione che il mondo intero fosse un palcoscenico. Mentre aspettava il momento in cui lui e Anita sarebbero stati psicologicamente pronti a mollare tutto per iniziare una vita migliore, Paul continuava a recitare la sua parte di direttore dello Stabilimento di Ilium. Esteriormente, come direttore, non era cambiato; ma internamente si burlava delle anime meno libere e più meschine che prendevano sul serio quel lavoro.

In memoria 75 - Conte Ugolino

“Tu dei saper ch’io fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suoi ma’ pensieri,
fidandomi di lui, i fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi aver inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
Breve pertugio dentro della muda,
la qual per me ha il titol della fame,
e in che convien ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
[...]
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra il sonno i miei figliuoli,
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
[...]
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, ed io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levarsi,
e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia!’
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
e disse: ‘Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quindi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia, più che il dolor, potè il digiuno.”

Inferno, canto XXXIII versi 13-27, 37-42 e 55-75

mercoledì 22 ottobre 2008

Zero girl

Un’altra storia, un’altra valanga di emozioni, sia stilistiche che concettuali. Ve ne ho già parlato quando ho scritto il post su “Segreti”, decimo volume della collana “Le leggende di Batman”. In “Zero girl” ci sono tutti gli accorgimenti tecnici, stilistici e narrativi che fanno di Sam Kieth il grande autore di fumetti che è. Tavole impostate in modo visionario, tagli in diagonale, contrasti cromatici estremi, figure stilizzate fino al limite del caricaturale, tratti pastosi e sfumature ceree, architetture minuziose. C’è tutto. Allora perché parlarne di nuovo? In effetti, non c’è motivo di tessere in continuazione le lodi dei grandi, soprattutto ripetendo sempre le stesse cose. Per questo stavolta voglio parlare più della storia che di tutto il resto. Fondamentalmente, sono due i temi che permeano questa storia: l’Adolescenza e l’Amore. E come separare le due cose, visto che i primi concetti di quello che può essere definito amore si delineano proprio in quell’enorme istante di vita che è l’adolescenza? Ci siamo passati tutti. Per alcuni è stata una tranquilla passeggiata nel parco (pochi), per altri un percorso di sopravvivenza in condizioni estreme (molti). C’è anche chi l’ha vista svanire sotto i propri occhi, sgusciare via tra le dita come sabbia troppo fine per essere trattenuta, sbriciolata sotto il peso di responsabilità incombenti e di un terribile quanto inarrestabile processo evolutivo che viene espresso dal verbo ‘crescere’. Alcuni crescono troppo in fretta e troppo presto. Gli altri, desiderano farlo. Non ci sono regole nell’universo dell’adolescenza, ognuno va avanti senza bussola e senza carta, alla ricerca di rotte che spesso non esistono, di isole irraggiungibili, e in balia di venti incontrollabili. Uno di questi venti si chiama Amore. Parola grossa da abbinare ad Adolescenza. Chiunque si senta abbastanza maturo da esprimere giudizi gratuiti, ti dirà che quello che si prova a quell’età non è certo amore. Cotta, infatuazione, desiderio, curiosità, ribellione. Tutte parole che vanno benissimo, ma amore no. Se poi però chiedi loro di spiegarti una buona volta che cos’è l’amore, nessuno ci riesce. Chissà che non sia proprio quello che si prova a quindici anni, l’Amore.

Amy è un’adolescente con una situazione particolare: in una parola si può dire che è sola. Tim è il suo tutore scolastico con una situazione particolare: è solo. Lui è convinto che gli può andare bene così, lei deve obiettare per partito preso. Ci sarà un motivo se Amy fa di tutto per provocare gli istinti dell’insegnante, mostrandosi disponibile ai limiti dell’indecenza. Cosa vuole davvero? Che lui la rifiuti? O che la accolga? Forse nemmeno lei lo sa con certezza. Ma il motivo? Oh, su quello non ho dubbi. Io con le parole mi ci diverto, ci gioco, ci passo il tempo, mi ci consolo. Potrei scrivere un centinaio di frasi per descrivere l’Amore, ma nessuna di queste si avvicinerebbe anche solo lontanamente al concetto di definizione. Non sono uno di quelli cresciuti che hanno le risposte. Preferisco farmi le domande. Per questo non ho idea di come ‘definire’ l’amore di Amy e Tim, anche se potrei descriverlo (e non lo farò). Però so che è questo che spinge lei ad attaccarsi a lui e lui ad allontanarsi da lei. Tutti gli amori sono veri, anche quelli di quindici anni.

Nel minestrone ci potremmo mettere anche un po’ di sovrannaturale (che in una storia a fumetti ci sta di lusso), un’eterna lotta tra Bene e Male (qui sono cerchi e quadrangoli, ma non importa), una sana dose di bullismo femminile violento e cattivo (che ci dà quel sapore sociologico – esistenziale che fa piacere) e una spruzzata di autobiografia (Amy è Sam Kieth e Tim sua moglie, anche se le due vicende finiscono in modi diametralmente opposti) che ci viene spiegata nella postfazione dallo stesso autore e che solletica il nostro palato di intenditori di fumetti. Il piatto è pronto. Chi vuole gustarsi un vero fumetto, non ha che da sedersi alla tavola imbandita di Sam Kieth. Se invece volete tirare avanti con maxisaghe supereroistiche da fast-food di quart’ordine, avete solo l’imbarazzo della scelta. C’è tanta di quella merda, disegnata in giro, da potervici ingozzare fino a strozzarvi. Ma non voglio fare nomi, non è educato sparlare della Marvel comics... Oooops... mi è scappato!

In memoria 74 - Conte Ugolino

Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi duo ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo all’altro era cappello;
e come il pan per fame si marduca,
così il sopran li denti all’altro pose,
là ‘ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perché,” diss’io, “ per tal convegno,
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch’i’ parlo non si secca.”

Inferno, canto XXXII versi 124-139

domenica 19 ottobre 2008

Il Principe della risata

Far ridere è senza dubbio una delle cose più difficili. Per un attore, la più difficile in assoluto. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un programma di comicità in televisione. Me lo ricordavo migliore. Adesso tutto mi sembra un po’ scontato, un po’ già visto. Cosa ancora peggiore, troppo spesso si sconfina nella volgarità gratuita. Perché per far ridere bisogna per forza dire ‘cazzo’, ‘merda’, ‘stronzo’, e tante altre belle parole che tutti conosciamo? Sembra strano, ma mi è venuta nostalgia. Nostalgia di una comicità genuina, educata, sottile. Una comicità che non ti grida in faccia la battuta alla quale devi ridere per forza, ma che la lascia cadere lì, in un discorso serio, con ingenuità, senza obbligarti alla risata. È proprio questo quello che manca, una risata spontanea. Forse l’unico tipo che abbia valore. Una risata spontanea ti fa dimenticare il malumore della giornata, le cose che sono andate storte. Non pretende niente, non devi partecipare, succede tutto senza che te ne rendi conto.




Per questo, ieri pomeriggio ho voluto rivedere un vecchio film. Lui stesso si definiva il Principe della risata, legatissimo a quel titolo nobiliare che per lungo tempo gli era stato negato. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Uno con un nome così era destinato a far ridere la gente. Purtroppo non posso dire di aver visto tutti i suoi film (che non sono certo pochi, aggiungerei), ma un bel po’ sì. Quello che rimane impresso, anche dopo tanti anni, è la piccola battuta a cui accennavo prima, quella detta quasi con indifferenza, con naturalezza, accompagnata da una smorfia della faccia come solo lui sapeva fare. Mi torna in mente che parecchi anni fa, in estate, fecero una rassegna cinematografica pomeridiana su Totò. Ogni pomeriggio, alle due, riproponevano un suo film. Orario assurdo in un periodo assurdo, le due di pomeriggio in estate! O sei a mare, o sei a letto che ti riposi, non ci sono altre possibilità. Io invece mi piazzavo davanti alla televisione, guardavo i suoi film, e ridevo. L’unica cosa brutta che percepisco al ricordo di frasi come “Parli come badi” o “Ogni limite ha una pazienza”, è la consapevolezza che difficilmente ci sarà ancora qualcuno capace di far ridere in questo modo. Per questo, mi è sembrato molto bello questo omaggio a Totò di Federico Salvatore, e ho voluto condividerlo con voi.









Federico Salvatore - Oe' Totò!

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sabato 18 ottobre 2008

L'uomo a rovescio

Secondo romanzo che leggo di Fred Vargas, con protagonista di nuovo il commissario di polizia Jean-Baptiste Adamsberg. Per una introduzione più accurata sull’autrice e sui romanzi gialli in generale vi rimando al post precedente, “L’uomo dei cerchi azzurri”, dove ne ho parlato abbondantemente. Di questo, volevo solo fare alcune considerazioni. Un romanzo di trecentoventi pagine di solito non si legge in quattro giorni. Eppure questo sì. È straordinario vedere come, senza bisogno di ricorrere a espedienti letterari, l’autrice riesce a tessere una trama coinvolgente al punto da non poterti fermare. Per espedienti intendo le classiche situazioni lasciate in sospeso alla fine di un capitolo che ti costringono ad andare avanti con la lettura, tipo “...aprirono la scatola e quello che conteneva li lasciò sbalorditi”, e fine del capitolo. Con questi trucchetti, è facile tenere incatenati i lettori. Ma allora perché provavo il desiderio di girare le pagine di questo romanzo, se non c’era nessuno di questi espedienti? Forse era per conoscere meglio le persone che vi stavano dentro. Persone, non personaggi. Raramente ne ho trovati di così vividi, nelle mie letture. Non è una caratterizzazione artificiosa, sembra davvero che esistano e che chi scrive stia solo facendo le presentazioni.

In questa storia, conosciamo finalmente Camille, l’eterna amante di Adamsberg, la cui presenza aleggiava come un fantasma ne “L’uomo dei cerchi azzurri”. Qui invece, è protagonista tanto quanto e forse più dello stesso commissario, che aspetta l’ultimo terzo del libro per entrare in scena sul serio e mostrarci quello di cui è capace. Ma lo sappiamo, Adamsberg è così, lento in tutto quello che fa, anche nel comparire in una storia di cui è il protagonista. Bellissime le immagini dei due che si sfuggono a vicenda, perché nessuno è in grado di tenere saldo il rapporto. Il ruolo di vento tocca un po’ all’uno un po’ all’altra, non ci sono responsabilità precise in questo fallimento che si ripete ogni volta che si incontrano.

C’è anche altro nel romanzo, i magnifici paesaggi delle Alpi francesi, il rapporto tra l’uomo e gli animali visti con gli occhi dell’osservatore solitario, i delitti ad opera di quella che sembra una creatura mostruosa e sovrannaturale. Ma è soprattutto il contrasto tra l’inconsistenza mentale di Adamsberg e la presenza fin troppo fisica e tangibile di Camille che mi è piaciuto più di tutto il resto. È buffo vedere come questa donna riesca a coinvolgere tutti quelli che le stanno attorno, giovani e vecchi, poliziotti e assassini, senza che sia necessaria nessuna caratteristica fisica. La figura di Cammille non è mai descritta. Sta a noi immaginarcela come più ci piace.

A volte il commissario pensava di essere uno degli ultimi individui del pianeta a non conoscere una parola di inglese. Quell’ignoranza arcaica gli consentiva di immergersi con gioia nelle Acque Nere, godendo del torrente vitale senza che questo lo disturbasse in alcun modo. In quel prezioso rifugio Adamsberg veniva a scarabocchiare per ore, aspettando senza alzare un dito che le idee affiorassero alla superficie della sua mente.
Così Adamsberg cercava le idee: le aspettava, semplicemente. Quando una di esse veniva a galla sotto i suoi occhi, come un pesce morto che compariva a fior d’acqua, la raccoglieva e la esaminava, per vedere se aveva bisogno di quell’articolo in quel momento, per vedere se presentava un qualche interesse. Adamsberg non rifletteva mai, si limitava a fantasticare, poi a fare una cernita, come quei pescatori con il guadino che vedi frugare con mano pesante in fondo al retino, cercando con le dita il gambero tra i sassi, le alghe, le conchiglie e la sabbia. C’erano molti sassi e molte alghe nei pensieri di Adamsberg, e non di rado lui vi si impigliava. Doveva gettare molto, scartare molto. Era consapevole che la sua mente gli fornisse un conglomerato confuso di pensieri ineguali e che non funzionava esattamente così per tutti gli altri uomini. Aveva notato che fra i suoi pensieri e quelli del suo vice Danglard esisteva la stessa differenza che c’è tra quello scombiccherato fondo di retino e il banco ordinato di un pescivendolo. Cosa ci poteva fare? Alla fine, qualcosa ne cavava comunque, se solo aveva un po’ di pazienza. Adamsberg usava così il suo cervello, come un vasto mare fecondo nel quale hai riposto la tua fiducia ma che hai da tempo rinunciato ad assoggettare.

In memoria 73 - Bocca degli Abati - Buoso da Dovara

Poscia vid’io mille visi, cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien ribrezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
E mentre ch’andavamo inver lo mezzo
al quale ogni gravezza si rauna,
e io tramava nell’eterno rezzo;
se voler fu, o destino, o fortuna
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi il piè nel viso ad una.
Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
Se tu non vieni a crescer la vendetta
di Mont’Aperti, perché mi moleste?”
[...]
“Qual se’ tu, che così rampogni altrui?”
“Or tu chi se’, che vai per l’Antenora,
percotendo,” rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”
“Vivo son io, e caro esser ti puote,”
Fu mia risposta, “se domandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.”
Ed egli a me: “Del contrario io ha brama:
levati quinci, e non mi dar più lagna;
chè nol sai lusingar per questa lama!”
Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: “E’ converrà che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimanga!”
Ond’egli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mostrerolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi.”
Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con gli occhi in giù raccolti;
quando un altro gridò: “Che ha tu, Bocca?
Non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? Qual diavol ti tocca?”
“Omai,” diss’io, “non vo’ che tu favelle,
malvagio traditor! Che alla tua onta
io porterò di te vere novelle.”
“Va’ via,” rispuose, “e ciò che tu vuoi, conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebb’or così la lingua pronta.
Ei piange qui l’argento de’ Franceschi:
‘Io vidi,’ potrai dir, ‘quel da Duera
là dove i peccator stanno freschi.’”

Inferno, canto XXXII versi 70-81 e 87-117

mercoledì 15 ottobre 2008

Il figlio del demone

Non è facile tenere il conto delle donne che hanno avuto a che fare con Bruce Wayne. Uno degli aspetti fondamentali della sua doppia identità è sempre stato l’atteggiamento da playboy, una vera e propria parte recitata per coprire la sua vera natura. D’altronde, da un miliardario scapolo e frivolo ci si aspetta che abbia un certo comportamento sociale, e nella vita sua mondana non potevano mancare modelle, attrici e altre ragazze simili, la cui assenza sarebbe risultata sospetta ad occhi attenti. Ma solo poche donne sono veramente entrare nella vita dell’eroe. Sia per colpa di questa parte da recitare, sia per la vera natura del suo essere, Bruce è sempre stato un maestro nel mandare all’aria anche quelle relazioni che potevano diventare qualcosa di più di un divertimento o di una copertura. Una delle prime è stata Rachel Caspian, la figlia del Mietitore, la quale per lui aveva rinunciato a prendere i voti per poi tornarvi dopo aver scoperto la vera identità del padre. Un’altra donna importante è stata Vicky Vale, che non ha potuto sopportare la costante assenza di Bruce Wayne, impegnato nelle sue scorribande notturne contro il crimine di Gotham city. Ma quella che forse più di tutte lo ha amato incondizionatamente è stata Talia al Ghul, la figlia di Ra’s al Ghul, la Testa del demone. Talia, insieme a suo padre, è una delle pochissime persone al mondo a conoscere l’identità segreta di Batman. Entrambi lo stimano profondamente, pur essendo stati suoi avversari parecchie volte. Ra’s lo considera uno degli uomini migliori del mondo, forse l’unico che può ricoprire il ruolo di consorte della sua amata figlia. E Talia gli ha sempre dimostrato un amore incondizionato. Perfino l’uomo più freddo e razionale che esiste non poteva non cedere alla forza di questo amore. Messo di fronte all’evidenza di una vita solitaria, da emarginato, Batman si rende conto che anche l’uomo sotto quella maschera può meritare qualcosa di importante, come una donna che lo ama. Purtroppo però, nella vita dell’uomo pipistrello, c’è poco spazio per la felicità. Sebbene perdere entrambi i genitori in tenera età è stata sicuramente un’esperienza straziante, non credo ci possa essere per un uomo tragedia più grande che perdere un figlio. A seguito di uno scontro con dei nemici, Talia confessa all’amato di aver perso il bambino che avevano concepito poco tempo prima. Il sentimento di vendetta cresce prepotente in Batman, mitigato a stento dal suo ferreo ideale di giustizia. È sicuramente questo il motivo narrativo più intenso che Mike W. Barr e Jerry Bingham ci consegnano ne “Il figlio del demone”, mostrandoci un Batman talmente coinvolto da Talia da mettere in secondo piano la sua missione e la sua razionalità, quando la vede minacciata dal pericolo. A beneficio dei lettori della storia, alla fine ci viene rivelato che quella di Talia era stata una menzogna, anche se non se ne conosce il motivo. Nove mesi dopo, un bambino viene lasciato fuori dalla porta di una famiglia signorile, con poggiata sopra una collana che Bruce aveva regalato a Talia come dono di nozze. Forse perché Talia non voleva che il figlio crescesse nella setta degli assassini guidata dal padre? Forse perché sapeva che il mondo aveva bisogno di Batman, e Batman non può crescere un figlio? Non ci vengono date risposte a queste domande. Ma questo bambino riveste molta importanza per le attuali storie del cavaliere oscuro. Leggere “Il figlio del demone” significa riuscire a capire che anche il più freddo e solitario combattente non è immune al desiderio di famiglia. A prescindere da quale sia la maschera che portiamo, al buio o alla luce, tutti non possiamo non desiderare di avere qualcosa che ci completi tra le mura della nostra casa. L’uomo non è fatto per stare da solo, anche se a volte vi è costretto.

In memoria 72 - Napoleone e Alessandro degli Alberti - Camicione dei Pazzi

Quand’io ebbi d’intorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che il pel del capo avieno inseme misto.
“Ditemi, voi che sì stringete i petti,”
diss’io, “chi siete?” E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
le lagrime tra essi, e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei, come due becchi,
cozzaro insieme, tanta ira li vinse!
E un ch’avea perduto ambo gli orecchi
per la freddura, pur col viso in giue,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenza si di china,
del padre loro Alberto e di lor fue.
D’un corpo usciro, e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina;
[...]
E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’io fui il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scongiuri.”

Inferno, canto XXXII versi 40-60 e 67-69

venerdì 10 ottobre 2008

Il Signore delle mosche

Non è solo un romanzo. Già questa parola, a mio modo di vedere, dovrebbe suscitare una sorta di rispetto in chi si appresta a leggerla. Romanzo è per me la forma più alta dello scrivere. Racconti, novelle, storie, e via dicendo, sono cose alla portata di un numero ben più ampio di persone, sebbene spesso abbiano un indiscutibile valore. Ma scrivere un romanzo vuol dire entrare in quella dimensione riservata a pochi eletti, e preclusa a tutti gli altri. Scrivere un romanzo vuol dire potersi davvero fregiare del titolo di scrittore. Non si dovrebbe abusare di questi termini.

“Il Signore delle mosche” è un romanzo, inteso in questo senso, ma non è ‘solo’ un romanzo. Vi si potrebbero accostare anche altre definizioni: trattato, studio, tesi... A questo punto credo sia superfluo dire che William Golding, in quel monte Olimpo cui accedono gli scrittori, non è uno che è entrato a stento, ma uno di quelli che occupano i gradini più alti.

Ricordo perfettamente il periodo in cui lo leggevo. Ero al terzo anno di università, allora frequentavo le lezioni con rigorosa assiduità, e mi piaceva arrivare molto prima in aula per sedermi nel mio posto preferito. Colpa di mio nonno, che mi ha trasmesso questa mania. Lui aveva sempre un ‘suo’ posto dovunque, e anche io sono così. A tavola, in soggiorno, a letto, ho sempre il ‘mio’ posto, anche se gli altri sono perfettamente uguali. E anche in quell’aula, il primo posto, accanto al corridoio centrale, della seconda fila, era il mio. Arrivando presto, avevo un bel po’ di tempo a disposizione prima che iniziasse la lezione, così leggevo. Questo libro si può dire l’abbia letto tutto sui banchi dell’università.

La storia sembra semplice, anzi quasi banale. Un gruppo di bambini sopravvive ad un disastro aereo e si ritrova su un’isola deserta, senza alcun adulto. Devono sopravvivere. Su questa sopravvivenza l’autore impianta tutti i motivi cardine del romanzo. C’è tutto, tutto quello che ci può essere nella natura umana. I bambini sono più duttili, più malleabili, capaci di sentimenti molto più puri di quelli provati dagli adulti, per questo sono molto utili per spiegare l’uomo come concetto. Golding questo lo sa bene, e ce lo dimostra alla perfezione. Una situazione che sembra ideale per sperimentare una organizzazione sociale basata sulla libertà naturale si trasforma nella affermazione di una istintualità animalesca che millenni di evoluzione non sono riusciti a estirpare dal nostro essere. Quello che all’inizio si costituisce come gruppo, ben presto si sgretola sotto il peso delle paure e delle insicurezze individuali, relegando in un angolo il controllo del pensiero razionale e portando alla luce quei sentimenti puri e selvaggi cui mi riferivo prima. L’odio, la rabbia, la cattiveria, la forza, possono avere varie intensità, ma quelli che prova un bambino sono l’odio puro, la rabbia pura, la cattiveria pura, la forza pura. In una parola, il Male puro. Tutto il romanzo non è altro che una complessa macchina narrativa che si propone di dimostrare la naturalità del male, attraverso una raffinata analisi della psicologia infantile, che si conclude con una profonda ma forse sconsolata riflessione sulle basi antropologiche della violenza e del desiderio di potere.

Adagio adagio, la lancia penetrava, e gli strilli terrorizzati divennero un grido solo, altissimo. Poi Jack trovò la gola, e il sangue gli sprizzò sulle mani, caldo caldo. La scrofa s’accasciò sotto di loro ed essi le furono sopra con tutto il loro peso, appagati finalmente. Le farfalle danzavano sempre, distratte in mezzo alla radura.

In memoria 71 - Cocito

Come noi fummo giù nel pozzo oscuro
sotto i piè del gigante, assai più bassi,
e io mirava ancor all’alto muro,
dicere udimmi: “Guarda come passi!
Va’ sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi!”
Perch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago, che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
[...]
E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor dell’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
livide insin là dove appar vergogna,
eran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in giù tenea volta la faccia:
da bocca il freddo, e dagli occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.

Inferno, canto XXXII versi 16-24 e 31-39

venerdì 3 ottobre 2008

Follia

Cosa ci può essere di più folle dell’amore? Pochi sentimenti sono in grado di sconvolgere una persona come il desiderio che si prova per un’altra. In questo romanzo Patrick McGrath ce lo dimostra. Quello del lettore stavolta è un ruolo difficile, delicato, perché non è un mero spettatore di qualcosa che succede su un palcoscenico a qualche metro di distanza, qualcosa da cui puoi prendere le distanze facilmente. Stavolta siamo chiamati ad una partecipazione più viva, più coinvolta del normale. Perché ci muoviamo in quell’ambito personale in cui possono spingersi solo poche professioni.

Siamo in Inghilterra, verso la metà del Novecento, rinchiusi assieme all’io narrante in un manicomio criminale. A raccontarci questa storia è infatti uno psichiatra, che, apparentemente in modo freddo e distaccato, ripercorre quello che è stato il caso clinico più intrigante della sua carriera. La storia è quella della attrazione morbosa che nasce tra Stella, moglie di un altro psichiatra, e Edgar, un artista detenuto per aver ucciso la moglie in modo particolarmente efferato. Quindi la follia forse è una sola nel suo essere, ma prende forma in modi molto diversi. È follia quella che ha portato Edgar a uccidere sua moglie, è follia quella che spinge Stella ad amarlo incondizionatamente, tradendo il marito, e spingendola a inventare ogni genere di scuse per incontrare in segreto l’amante. Ma forse è follia anche quella in cui si spinge il nostro narratore nel ripercorrere i sentieri di questo amore malato, facendo provare a noi che leggiamo quelle stesse ambasce dei protagonisti. Perché è questo il rovescio della medaglia di chi compie un lavoro di analisi: se vuoi davvero conoscere quello che hai davanti, devi entrarci dentro. E non è affatto sicuro che il viaggio ti piacerà, così come non è sicuro che riuscirai sempre a tornare indietro.

Come me, come tutti noi era stato folgorato dalla sua bellezza, ma lui era andato più a fondo di noi, l’aveva idealizzata e poi aveva dovuto lottare contro il caos delle sue stesse passioni quando si era trovato nell’impossibilità di nutrire l’immagine che aveva creato. Penso fosse quello che inconsciamente aveva cercato di esprimere con la sua ultima opera, benché sostenesse di voler soltanto scardinare certezze, capovolgere abitudini e convenzioni visive. Non riesco a non sentirmi vicino a quelle due povere anime sconvolte, intrappolate qui nelle ultime settimane della loro vita, ciascuna a contorcersi nel suo inferno privato, ciascuna a spasimare per l’altra. So come funzionano le storie d’amore distruttive, e alla fine si arriva sempre a questo, o a qualcosa di molto simile.

In memoria 70 - Anteo

Noi procedemmo più avanti allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinqu’alle,
sanza la testa, uscia fuor della grotta.
“O tu, che nella fortunata valle,
che fece Scipion di gloria reda,
quando Annibal co’ suoi diede le spalle,
recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato all’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
ch’avrebber vinto i figli della Terra;
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
Non ci far ire a Tizio né a Tifo;
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render fama;
ch’ei vive, e lunga vita ancor aspetta,
se innanzi tempo grazia a sé nol chiama.”

Inferno, canto XXXI versi 112-129