mercoledì 30 dicembre 2009

Sette missionari

Il quarto volume della collezione dei sette ci regala una storia davvero particolare, ad opera degli autori Alain Ayroles e Luigi Critone. Una storia che è difficile inquadrare in un genere preciso, in quanto la si potrebbe definire comica, satirica e grottesca allo stesso tempo, pur conservando un alone di avventura tipico di alcuni romanzi fantasy. Tuttavia, se dovessi scegliere un attributo, la definirei una satira religiosa.

Siamo in Irlanda, nel IX secolo, e le coste dell’isola sono tormentate dalle scorribande dei navigatori vichinghi, che saccheggiano, incendiano e uccidono ogni cosa e persona che incontrano sul loro cammino. I nobili irlandesi sono alle prese con una situazione politica interna molto instabile, e poco si curano di qualche monastero della costa dato alle fiamme. L’abate invece è seriamente preoccupato, ma, incurante dei suggerimenti dei suoi consiglieri, invece che una soluzione di forza ne sceglie una di astuzia. L’unico modo sicuro per liberarsi delle scorribande dei barbari sarebbe convertirli al cristianesimo. Compito tutt’altro che facile, perché comporterebbe il sacrificio di devoti missionari che sono una risorsa per la chiesa non facilmente rimpiazzabile, tra l’altro senza alcuna garanzia di successo. Ma se i migliori e più devoti uomini di chiesa non hanno possibilità di riuscire in tale impresa, forse i peggiori... È secondo questa teoria che sette monaci che si sono lasciati alle spalle i sacri principi della Chiesa, ognuno rappresentante di uno dei sette peccati capitali, vengono reclutati per la missione. Proprio quest’ultima trovata narrativa è forse l’espediente più riuscito e divertente della storia. Dove la devozione e gli alti valori morali non hanno potuto nulla per far abbandonare ai pagani i loro costumi, riusciranno i più bassi comportamenti portati avanti dai sette monaci a farli integrare nella società dei vichinghi, fino a rendere questi ultimi veri e propri seguaci della Chiesa cristiana. E poco importa se a stimolare questa conversione siano quegli stessi peccati che dai barbari vengono visti come pregi dell’intelletto. In fondo, per i vertici della Chiesa, e per i sovrani irlandesi, quello che conta è avere assicurato le loro coste dalla scorribande vichinghe. Se questo vuol dire aver vestito di porpora sette monaci rinnegati, la cui unica ambizione di vescovi sarà quella di soddisfare i propri desideri personali, pazienza.

mercoledì 23 dicembre 2009

The best is yet to come - Original main theme of Metal Gear Solid Twin Snakes














Versione gaelica

An cuimhin leat an grá
Crá croí an ghrá
Níl anois ach ceol na h-oíche
Táim sioraí i ngrá
Leannáin le smál
Leannáin le smál
Lig leis agus beidh leat
Lig leis agus beidh grá

Cuimhne leat an t-am
Nuair a bhí tú sásta
An cuimhne leat an t-am
Nuair a bhí tú ag gáire

Tá an saol iontach
Má chreideann tú ann
Tug aghaidi ar an
saol is sonas sioraí inár measc

Céard a tharla do na laethanta sin
Céard a tharla do na h-oícheanta sin
An cuimhin leat an t-am
Nuair a bhí tú faol bhrón

An cuimhin leat an t-am
Go sioraí sileadh na ndeor an ormsa nó orainne a bhí an locht

Ag mothú caiite s'ar fán
Cén fáth an t-achrann is sileadh na ndeor
Tá áilleacht sa saol
Má chuardaíonn tú e
Tá gliondar sa saol
Cuardaimís e...



















Traduzione inglese

Do you remember the time when little things made you happy
Do you remember the time when simple things made you smile
Life can be wonderful if you let it be
Life can be simple if you try
What happened to those days?
What happened to those nights?
Do you remember the time when little things made you so sad
Do you remember the time when simple things made you cry
Is it just me, or is it just us
Feeling lost in this world?
Why do we have to hurt each other?
Why do we have to shed tears?
Life can be beautiful if you try
Life can be joyful if we try
Tell me I am not alone
Tell me we are not alone in this world fighting against the wind
Do you remember the time when simple things made you happy
Do you remember the time when simple things made you laugh
You know life can be simple
You know life is simple
Because the best thing in life is yet to come
Because the best is yet to come...


















Traduzione italiana

Ti ricordi il tempo in cui piccole cose ti rendevano felici?
Ti ricordi il tempo in cui le piccole cose di facevano sorridere?
La vita può essere meravigliosa se lasci che lo sia
La vità può essere semplice se ci provi
Cos'è successo a quei giorni?
Cos'è successo a quelle notti?
Ti ricordi il tempo in cui quelle piccole cose ti rendevano triste?
Ti ricordi il tempo in cui quelle piccole cose ti facevano piangere?
È proprio come me, o è proprio come noi
sentendoci persi in questo mondo?
Perchè dobbiamo ferirci ancora?
Perchè dobbiamo versare altre lacrime?
La vita può essere meravigliosa se ci provi
La vita può essere gioiosa se ci proviamo
Dimmi che non sono solo
Dimmi che non siamo soli che combattiamo contro il vento in questo mondo
Ti ricordi il tempo in cui le cose ti rendevano felice?
Ti ricordi il tempo in cui le cose ti facevano ridere?
Sai che la vita può essere semplice
Sai che la vità è semplice
Perchè le cose migliori della vita devono ancora venire
Perchè il meglio deve ancora venire...






lunedì 21 dicembre 2009

Team medical dragon

Per chi è abituato, anzi per meglio dire costretto, ad accontentarsi delle pubblicazioni manga in Italia, questo fumetto sembrerà la proverbiale mosca bianca. Ma con qualche piccola ricerca si può facilmente scoprire che in realtà non è questa opera così inconsueta come molti mangofili italiani potrebbero pensare. Il motivo è che nel nostro paese arriva forse il dieci percento della produzione fumettistica d’estremo oriente, e solo negli ultimi anni si è cominciato ad aprire il mercato anche ad opere che non fossero esclusivamente giapponesi, imparando a conoscere fumetti coreani, cinesi e tailandesi.

Prima di questo, l’unico altro esemplare di manga medico che riesco a ricordare è “Black Jack” di Osamu Tezuka. Volendo forzare un po’ la mano, potremmo includere nel genere anche “Monster” di Naoki Urasawa, che sebbene non abbia come argomento la medicina, ha per protagonista un chirurgo e sulle sue pagine si vedono non pochi episodi di vita medica. E qui ci fermiamo. Mentre proliferano a dismisura film e telefilm ambientati in ospedali e dintorni, nel mondo del fumetto poco si muove. E dire che in Giappone già da diversi anni il manga medico rappresenta un genere a sé stante. Negli anni 1970 – 1971, proprio Tezuka realizza il primo manga di argomento medico, “Kirihito Sanka”, per poi dedicarsi, a partire dal 1973, a “Black Jack”, considerato uno dei manga migliori della storia del fumetto. Negli anni Ottanta, ancora il maestro Tezuka scrive “Hidamari no ki” (L’albero al sole), che ha come protagonista il suo bisnonno, un medico vissuto a metà Ottocento. “Black Jack” è da considerare il principale responsabile della esplosione dei manga ambientati in sale operatorie, cliniche e ospedali, che, specialmente a partire dagli anni Novanta, ha generato una vastissima serie di opere di questa impostazione. Esistono manga medici di tutti i generi, dal drammatico al comico, dal giallo al thriller. Ma non sto parlando solo di un fenomeno quantitativo, ma anche culturale. Ben lontano dalla interpretazione occidentalista, in cui tutto quello che viene scritto è in qualche modo considerato, con pochissime eccezioni, fuori dalla realtà e quindi irrilevante ai fini pratici, in Giappone un manga come “Say hello to Black Jack” fece scandalo agli inizi del 2000 denunciando le precarie condizioni in cui lavoravano i medici di diverse strutture assistenziali, riuscendo addirittura a far cambiare alcune leggi per migliorare la situazione. “Team medical dragon” si inserisce proprio in questo filone che potremmo definire socialmente coinvolto, in quanto il contesto della storia è rappresentata dall’ambiente degli ospedali universitari.

Il giovane dottor Asada è un genio della chirurgia, uno per cui quasi niente è impossibile, e proprio per queste sue strabilianti qualità viene reclutato dalla dottoressa Kato nello staff dell’ospedale universitario Meishin, con lo scopo di dirigere il team che dovrà portare a termine una difficilissima operazione sperimentale da inserire in un progetto di ricerca. Ma Asada unisce alla sua capacità medica fuori dal comune una innata intolleranza alle logiche affaristiche e manageriali che attanagliano gli ospedali universitari, luoghi dove la corruzione e l’opportunismo fanno a pezzi qualsiasi principio etico, al punto che si operano solo pazienti che possono affrontare bene gli interventi per non abbassare la media delle operazioni portate a termine con successo, o che i chirurghi accettino “regali” in denaro per far sì che tutto vada per il meglio. Ovviamente Asada, forte delle sue capacità e della fiducia in se stesso, fa di tutto per opporsi a questo regime corrotto, scegliendo di non scendere mai a compromessi e di cambiare le cose per quanto può. In particolare saranno proprio la dottoressa Kato e il giovane assistente Ijuin a sperimentare la prorompente forza di carattere di Asada, che riuscirà a poco a poco a sradicare le deviate convinzioni inculcate nei colleghi da anni e anni di quel regime. Scontrandosi spesso con la collega Kato, che invece ritiene che l’unico modo per cambiare qualcosa sia infiltrarsi all’interno del sistema universitario scendendo a compromessi e agendo con osservanza delle regole fino a che non si avrà un potere sufficiente per cambiarle.

Un’opera che, a dispetto di quanti considerano il fumetto come un mero passatempo privo di valore culturale, si pone come strumento di denuncia del pessimo ambiente medico universitario, che andrebbe letto anche solo per rendersi conto che certe cose accadono senza che gli stessi interessati si pongano il problema di considerarne la correttezza, e che dovrebbe spingere ad una profonda riflessione non solo culturale e sociale, ma anche economica e politica tutti coloro che sono responsabili di questo andazzo. E mi rivolgo in particolare ai giovani medici come me che conosco il serio rischio di lasciarsi impantanare in queste logiche solo perché il contrastarle può portare non pochi svantaggi. Perché, contrariamente a quanto ci dice la pubblicità, non è così divertente vincere facile, c’è molta più soddisfazione a vincere difficile.

venerdì 18 dicembre 2009

American Gods

Conoscevo Neil Gaiman solo per le sue opere a fumetti, come credo lo conosca la maggior parte della gente, ma sapevo che aveva scritto anche parecchi romanzi di genere fantasy. In realtà, gli unici di cui avevo sentito parlare erano “Stardust”, perché ne è stato tratto un film, e “Nessundove”, perché ho letto la graphic novel che Mike Carey e Glenn Fabry hanno realizzato sulla base del romanzo. Poi un giorno, avendo la possibilità di fare una grossa spesa in libreria come regalo di alcune mie cugine, ho deciso che nel cestino avrei messo anche alcuni dei suoi romanzi. Non c’è un motivo preciso per cui ho letto questo prima degli altri. Semplicemente, era il primo della fila quando li ho messi in ordine nello scaffale.

Chissà perché (dovremmo chiederlo direttamente a lui), Gaiman ha sempre avuto molta affinità con il concetto di divinità (giuro che non volevo affatto fare la rima!). In quella che è universalmente riconosciuta come la sua più grande opera, la saga di “Sandman”, compaiono a più riprese decine di dei più o meno noti, e gli stessi Eterni, sebbene per sua stessa precisazione non siano degli dei, hanno caratteristiche che li avvicinano molto a entità divine. Ma anche in altre sue opere, come “Mistero celeste”, c’è una vicinanza con i temi del divino che non può essere casuale. E la stessa cosa accade in “American Gods”.

Appena uscito di prigione, senza più famiglia né lavoro, Shadow deve trovare un modo per sopravvivere. Il caso, o almeno così lui crede, gli fa incontrare il misterioso signor Wednesday, che gli propone di lavorare per lui. Non sapendo cos’altro fare, e incuriosito piuttosto che spaventato dalle inquietanti stravaganze dell’uomo, Shadow accetta. Ma all’inizio non si rende conto che il suo nuovo datore di lavoro altri non è che il signore degli Asi, il dio delle forche, Odino, il padre universale della mitologia nordica, arrivato in America secoli prima su una nave vichinga e adesso costretto a rimediare da vivere come può. Odino non è certo l’unico dio ad essere approdato nel Nuovo Mondo, lo hanno fatto anche molte altre divinità di religioni originarie di altre terre, giunte in America con i loro popoli, che per scelta o per costrizione sono emigrati in questo paese. Infatti, perché esista un dio, è sufficiente un uomo che ci creda, che lo invochi e che lo preghi, e così fanno la loro comparsa in America la celtica Easter, l’africano Anansi, lo slavo Cernobog e molti altri. Ma, col passare del tempo, sempre meno uomini credono in questi antichi dei, cosa che affievolisce il loro potere, e sempre di più prendono campo i nuovi dei del mondo, il Denaro, i Media, la Finanza, le Patatine fritte, e così via. Per questo, il signor Wednesday vuole reclutare quanti più antichi dei è possibile, per muovere guerra ai nuovi e riconquistare il posto che ritiene gli spetti nel Nuovo Mondo. Per questo scopo, ha bisogno di Shadow, che da semplice autista e guardia del corpo diventerà lo strumento di persuasione per tutti gli altri dei. Ma quale prezzo dovrà pagare Shadow per compiere questa missione? E quale sarà il vero scopo di Wednesday? Tutto questo lo si potrà scoprire solo mettendosi in viaggio sulle strade d’America, la profonda e sconfinata America, deserta e solitaria come il deserto e le montagne, non quella piccola e affollata di metropoli e grattacieli.

Un romanzo che può essere visto in molti modi: enciclopedia degli dei delle principali religioni del mondo, road story sulle strade della profonda America, scoperta di se stessi e delle proprie motivazioni, intricato complotto per la conquista dell’animo umano. C’è spazio perfino per i sentimenti, per la tormentata storia tra Shadow e la defunta moglie Laura. Più di questo, non so proprio cosa altro il buon Neil potesse scrivere, in un solo libro!

“Pensavo di essere già nel regno dei morti” disse Shadow.
“No. Non ancora. Siamo in una fase preliminare”.
L’imbarcazione scivolava sulla superficie immobile dell’acqua sotterranea. Poi, senza muovere il becco, il signor Ibis continuò: “Voi parlate di vivi e morti come se si trattasse di due categorie che si escludono a vicenda, come se non si potesse avere un fiume che è anche strada, o una canzone che è anche colore”.
“Infatti non si può” disse Shadow. “Vero?”. Dall’altra sponda l’eco rimandava le sue parole in un sussurro.
“Devi ricordare” riprese il puntiglioso signor Ibis “che la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia. Come testa e croce sulla moneta”.
“E se avessi una moneta truccata?”.
“Non ce l’hai”.

lunedì 14 dicembre 2009

Sette pirati

Ricordo di aver visto “L’isola del tesoro” almeno una decina di volte, anche se purtroppo non ho mai avuto l’occasione di leggere il romanzo. Sarà stato per la passione per il mare o per l’avventura, ma da piccolo era uno dei miei film preferiti. Ricordo ancora le mappe del tesoro disegnate su fogli di carta bruciacchiati, e le X rosse ad indicare posti dove erano state sepolte scatole di metallo o conchiglie. E così, leggere questo terzo volume della serie dei sette mi ha riportato alla mente quei ricordi e quelle emozioni di bambino, quando la vita doveva essere un’avventura, quando guardare al futuro significava vedere mete lontane e sogni da realizzare. Quando ci si divertiva per ore con una corda appesa a un ramo.

“Sette pirati” è una rivisitazione del famoso romanzo “L’isola del tesoro” di Robert Luis Stevenson, e dell’opera originale riprende molti dei temi narrativi. Jim Howkins è cresciuto, e sono passati già quindici anni da quando è tornato dalla spedizione che per la prima volta era partita alla ricerca del famigerato tesoro del capitano Flint. Ora Jim è un commerciante coperto di debiti e costretto a vendere la sua nave e a rinunciare ai suoi sogni di uomo di mare. Ma quando un notaio gli propone di far parte di una spedizione di sette uomini per tornare sull’isola di Flint a cercare il secondo dei suoi nascondigli del tesoro, Jim non solo vede l’occasione per riconsolidare le sue finanze traballanti, ma sente anche il prepotente richiamo dell’avventura, al quale non sa resistere. Con alcuni componenti della vecchia ciurma, Jim parte alla volta dei Carabi, alla ricerca di un nuovo tesoro. Ma anche stavolta, intrighi e tradimenti, nonché le ambizioni di un pirata ossessionato dal mito di Flint, si opporranno alla sua ricerca. Se Jim e i suoi compagni riusciranno a cavarsela e a trovare il tesoro, nonché a scoprire il misterioso committente che li ha ingaggiati, lo sapremo solo leggendo il bel racconto di Pascal Bertho e Tim McBurnie.

Un volume ricco di citazioni dell’opera originale, che suscita non poca nostalgia in chi si era appassionato tanto a quelle storie da sperare un giorno di viverle realmente. Molto carina, in questo senso, la scena in cui il giovane mozzo della spedizione, Bjorn, finisce nel barile delle mele e così viene a conoscenza del complotto che si sta tramando alle spalle del gruppo, proprio come Jim, quindici anni prima, aveva scoperto nello stesso modo le trame di Long John Silver. Un gioco di citazioni che è tutto un omaggio da parte degli autori al romanzo dello scrittore inglese, ma anche un invito a non perdere mai di vista i propri sogni.

“Ognuno cerca il suo tesoro, Jim... Qual è il vostro? L’avventura, forse? Avete ragione. Buona o cattiva, l’avventura è la vita!”.

martedì 1 dicembre 2009

The Brave and the Bold - Il libro del destino

L’universo DC è qualcosa di enormemente vasto, dal punto di vista narrativo, tanto quanto e forse più di quello Marvel. Tuttavia, a mio modo di vedere, c’è una differenza sostanziale tra i due principali rappresentanti del fumetto supereroistico. Entrambi vedono muoversi al loro interno migliaia di personaggi tra grandi protagonisti e piccole comparse, e entrambi hanno le caratteristiche tipiche delle cosiddette soap opera, quelle cioè di portare avanti lunghe sottotrame che fanno da sfondo alle singole storie, e di considerare i singoli eventi come parte di un unicum, in quella che viene classicamente chiamata continuty. Tuttavia, è proprio in questo concetto che si manifesta l’elemento di diversità principale: la continuty DC è sempre stata qualcosa di più malleabile e sfumato rispetto a quella Marvel, molto più rigida e schematica. Per semplificare, si può dire che la DC prevede dei grandi eventi unificatori in cui le azioni e le storie della gran parte dei suoi personaggi confluiscono in un’unica narrazione, ma al di fuori di questi eventi, le singole serie mantengono un sufficiente grado di autonomia. Invece nell’universo Marvel questa autonomia è quasi assente, e tutte le serie e i loro personaggi si trovano ingabbiati in strette regole temporali. Tutto questo ha delle conseguenze secondo me deleterie per la qualità delle storie. Da un lato, gli autori si trovano costretti a fare i conti con regole narrative piuttosto rigide, e inoltre per coordinare le loro opere in modo che non ci siano contraddizioni devono limitare grandemente la loro creatività. Dall’altro, i lettori sono costretti a seguire storie e personaggi che magari suscitano poco i loro interessi, solo perché le azioni di questi hanno ripercussioni decisive sulle altre serie che seguono. Nel mondo della DC Comics, invece, questo modo di concepire il fumetto è solo una possibilità lasciata al lettore, non un obbligo. Chi vuole seguire tutte le serie degli eroi DC, noterà che vi sono dei punti di contatto, ad esempio la presenza di un personaggio nella serie di un altro, o un particolare atteggiamento dovuto a qualcosa successo in un’altra storia. Ma chi vuole seguire le avventure di un solo personaggio, è perfettamente in condizione di godersi quelle storie senza buchi neri o contraddizioni. Gli elementi narrativi fondamentali vengono spiegati nelle singole storie, le sottigliezze sono lasciate ai lettori più appassionati. In altre parole, nessuno si pone il problema se Batman è sul satellite della Lega in una storia di JLA e contemporaneamente sta picchiando Killer Croc nelle fogne di Gotham sulla sua serie personale. Così come è ovvio che se muore il padre di Robin in una storia fuori collana, questo avrà delle ripercussioni sul suo comportamento quando è con i Giovani Titani.

Proprio questo è l’atteggiamento narrativo che ispira le storie di “The Brave and the Bold”, serie che prende in prestito un classico titolo dell’età dell’oro dell’universo DC. In questo secondo volume, leggiamo un arco narrativo che si riallaccia al primo, ma perfettamente godibile anche da chi non l’ha letto. Così, un lettore assiduo di tutte le serie DC coglierà qualche riferimento alla imminente crisi che incombe sull’universo, ma il non sapere che esiste un progetto chiamato “Crisi finale” che sta vedendo la luce in questo periodo non penalizza la lettura. È proprio questo il motivo per cui questa serie è così ambita dagli autori, perché dà modo di spaziare con la creatività e inoltre permette di utilizzare più di un protagonista, senza preoccuparsi di fastidiosi legami con altre testate. Se ci aggiungiamo il carattere tipicamente avventuroso, nel puro stile dei supereroi di qualche decennio fa, abbiamo un’opera divertente e rilassante, da godersi appieno, che ci fa conoscere meglio personaggi che abbiamo già visto all’opera e ce ne mostra lati interessanti e unici per il contesto in cui si trovano ad agire. Non dico nulla volutamente sulla storia, preferisco lasciarla a quanti vorranno godersi una piacevole lettura.

lunedì 23 novembre 2009

The wrong hole

Me l’ha fatto vedere un amico passandomi il link qualche giorno fa, ma poi, cercando sul web ho visto che è già parecchio tempo che circola. All’inizio mi sono limitato a farmi un sacco di risate, apprezzando l’inventiva e il gusto per il paradosso e i contrasti di cui questi cinque minuti di video sono pieni. Tuttavia, riguardandolo un altro paio di volte, mi sono accorto che gli si può dare anche una motivazione relativamente seria. Con questo non voglio dire che bisogna fare sofismi e dietrologie su tutto quello che si sente e si ascolta, e magari gli autori del video avevano solo voglia di farsi e di far fare due risate a quelli che l’avrebbero visto. Comunque, una morale gli si può trovare, ed è per questo che ho voluto pubblicare questo video in un post.

“The wrong hole” è la storia di un ragazzo comune, sicuramente non uno di quelli che potrebbero fare un film sui vampiri o su una scuola di musica, che ha un appuntamento con una ragazza bellissima. Ci esce a cena, tornano a casa di lei, e tutto va come previsto. Tutto, tranne una cosa, quella che dà il titolo al video. Così, il ragazzo cerca in tutti i modi di scusarsi, si dispera e cerca di trovare un modo per riparare all’errore, ma lei sembra non volerne sapere. Infine, mentre si trova, solo e malinconico, seduto in spiaggia a fissare il mare, lei torna, e tutto finisce per il meglio.

Volendoci trovare una morale, credo che sia una cosa che capita spesso nei rapporti con una persona. Per uno sbaglio, una distrazione, si può rischiare di rovinare tutto quello che si è cercato di costruire con tanti sacrifici e tanta pazienza. Ma proprio perché si tratta di una piccolezza, bisognerebbe imparare a passarci sopra con più serenità di quanto nella realtà non avvenga, visto che è facile essere pronti a puntare il dito e giudicare, mentre è molto più difficile capire. Anche chi non ha sbagliato può fare il primo passo sulla strada del ricongiungimento, e questo non lo rende più stupido o più debole, anzi. Ci vuole molta più forza a perdonare che ad odiare.


giovedì 19 novembre 2009

Marina

Le vacanze estive per me sono il tempo della lettura fin da quando ho memoria. Intere sere estive passate accanto a una finestra per captare ogni possibile alito di vento, con un libro sulle ginocchia poggiate sul bordo del letto. Per questo, visto che quella appena trascorsa sarebbe stata la mia prima estate senza studio da sette anni a questa parte, prima di tornare a Cefalù ho fatto scorta di libri. Ed è proprio per questo, e per nessun altro motivo, che ho messo le mani su questo libro. “Marina” è un libro molto intenso, anche se si capisce che è un libro scritto nella fase ‘giovanile’ dell’autore. Dal 1993 al 2001, Carlos Ruiz Zafòn ha scritto libri per ragazzi. Nel 2001 pubblica il suo primo romanzo ‘adulto’, “L’ombra del vento”, che mi riprometto di leggere al più presto visto che ho sentito opinioni molto favorevoli. Ma “Marina” era stato scritto prima degli altri, e a leggerlo si capisce che risente un po’ delle precedenti opere dell’autore, in particolare nell’atmosfera un po’ avventurosa e fantascientifica, con sfumature horror abbastanza marcate. Ma si percepisce anche un senso di crescita, di maturità incalzante, vissuta con attesa ma anche con paura. In effetti, questo romanzo potrebbe essere definito come un adolescente, un qualche cosa che sta a segnare il passaggio dall’infanzia (i romanzi per ragazzi) alla maturità (“L’ombra del vento”), con tutti i conflitti di quest’età particolare.

Non è un caso, infatti, che Oscar, il protagonista, sia un adolescente, studente di collegio di una Barcellona di fine anni Settanta. E come tutti gli adolescenti, trascorre i suoi giorni in un alternarsi di sogno e insofferenza, che lo portano ad allontanarsi dalle opprimenti mura del collegio per esplorare il mondo. In una di queste fughe si imbatte in Marina e in suo padre German. È proprio per merito (o per colpa) della ragazza che Oscar viene catapultato in una storia di misteri e orrori che si è insinuata nella città venendo da molto lontano, nella quale sono coinvolti numerosi personaggi, alcuni dei quali cominciano a morire in circostanze a dir poco misteriose. È nel risolvere questi misteri che Oscar scopre i sentimenti per Marina che crescono dentro di lui, con le paure e le contraddizioni di quell’età, al punto che la sottotrama sentimentale finisce per essere ancora più coinvolgente del mistero in sé.

Romanzo da leggere senza troppe pretese, per rilassarsi e divertirsi senza cercare sofismi sul significato della vita o sullo scopo dell’umanità sulla Terra.

La domenica mi piantai come un chiodo alla stazione Francia. Mancavano ancora due ore all’arrivo dell’espresso da Madrid. Ingannai il tempo girando per l’edificio. Sotto la sua volta, treni e persone sconosciute si riunivano come pellegrini. Avevo sempre pensato che le vecchie stazioni ferroviarie fossero tra i pochi luoghi magici rimasti al mondo. I fantasmi di ricordi e di addii vi si mescolano con l’inizio di centinaia di viaggi per destinazioni lontane, senza ritorno. “Se un giorno dovessi perdermi, che mi cerchino in una stazione ferroviaria” pensai.

giovedì 12 novembre 2009

(Se non l'avete capito finora, non so più come dirlo!) - Quarta parte

Il segreto per ottenere una buona procedura è capire alla perfezione in quale buco infilare l’attrezzo. Estrapolando la metafora ed evitando di cadere in facili travisamenti del suo significato originale, si può dire che quando si è capito come procedere si ottengono risultati migliori in quello che si sta facendo o si vuole fare. Ed è proprio quello che il losco cacciatore di taglie della nostra storia ha capito dopo i primi due giorni di fiera, motivo per cui i successivi due giorni scorrono molto più rilassati ma allo stesso tempo produttivi. Armato di una dettagliatissima mappa, e potendo far affidamento sulla impeccabile segnaletica della città, il nostro mercenario si dirige, spesso in solitario, alla ricerca di nuove vittime, muovendosi nell’ombra dei vicoli ed evitando le vie più affollate. Dopo qualche periodo di ambientamento, comincia ad acquisire familiarità con i luoghi, e si muove con agilità arrampicandosi sulle pareti e saltando da un tetto all’altro per raggiungere l’obiettivo nel più breve tempo possibile. Gli acquisti si fanno sempre più scarsi, sia per una curiosa quanto improvvisa indisponibilità economica, sia per una più meticolosa scelta delle opere di cui appropriarsi. D’altronde, avendo escluso a priori il furto e la rapina per l’intenzione di mantenere un basso profilo, e non avendo disponibilità di altri metodi discreti di appropriazione indebita, non può fare altro che utilizzare una banale e quanto mai dispendiosa transazione legale. Quindi, sebbene la quantità di volumi acquistata si vada progressivamente riducendo, l’esatto opposto accade per i disegni, che cominciano ad aumentare in maniera consistente. Ma al di là dello spirito di collezionismo, lo stesso che gli fa conservare e catalogare macabri trofei delle sue vittime, ciò che spinge l’assassino prezzolato a cercare in maniera tanto spasmodica i disegni è la possibilità di conoscere gli artisti e chiacchierare con loro mentre sono intenti a realizzare le opere. Così, sempre sotto la minaccia di un puntatore laser, va in scena un piacevole scambio di opinioni con Giacomo Pueroni, Davide Gianfelice, Alex Massacci, Marco Bianchini, Giuseppe Camuncoli, Marco Natale e altri di cui non è dato conoscere l’identità esatta. Inoltre, per una miscela di fortuna, colpo d’occhio e prontezza di riflessi, il nostro si appropria di un quanto mai raro, se non unico, disegno di Federico Semola (scrittore e sceneggiatore!). Nel peregrinare tra gli stand, si riconoscono anche vecchie conoscenze, quali Gud e Giulio Macaione, ed essendo questi testimoni potenzialmente pericolosi, vengono immediatamente eliminati, motivo per cui la loro futura presenza in qualsivoglia luogo del sistema solare è da considerarsi il prodotto di esperimenti di clonazione umana ben oltre i margini della legalità. Gli ultimi sprazzi della domenica trascorrono immersi nei gadget, tra i quali vengono carpite delle meravigliose statuette che prosciugano definitivamente le finanze del nostro eroe. Infine c’è spazio per in po’ di tristezza per gli amici che se ne vanno, per il dover abbandonare questo strano ma interessante luogo, e per piccoli rimpianti di occasioni perse. I tre eroi tornano quindi a casa, dopo aver dato prova della loro abilità nel tetris 3D, disciplina in cui di recente sono stati proclamati campioni mondiali per la capacità di far entrare enormi quantità di fumetti nelle valige. L’appuntamento rimane fissato per l’anno prossimo, stessa ora, stesso posto. Finanze permettendo, naturalmente, e sempre che la legge non li abbia raggiunti prima destinandoli per sempre alle patrie galere. Ma i nostri eroi fuggono veloci, sfruttando le ali della fantasia. Non sarà facile fermarli, ma potete provarci. A vostro rischio e pericolo!

Fine
























































martedì 10 novembre 2009

(Basta ripeterlo, tanto ormai l'avete capito!) - Terza parte

Il secondo giorno, non volendo rischiare di ripetere la stessa esperienza del giorno prima, due dei membri della squadra adottano una strategia diversa. I contatti con il resto del gruppo vengono progressivamente ridotti, fino al mantenimento del più assoluto silenzio radio, e le forze si sparpagliano per coprire un’area più vasta possibile. Inoltre, questo consente al Braccus Erectus e al losco figuro di muoversi inosservati con assoluta libertà d’azione, e finalmente si apre la caccia ai disegnatori. Il Braccus ovviamente conta sul suo innato fiuto canino per localizzare le sue prede anche a notevoli distanze, mentre l’altro, non avendo dalla sua alcun potere sovrannaturale, non può fare altro che sfruttare al massimo le qualità che una lunga teoria di inseguimenti, omicidi su commissione, agguati e fughe gli hanno fatto acquisire. Così, si aggira silenzioso per gli stand colorati e brulicanti di gente accalcata, pronto a cogliere il minimo sguardo, o un impercettibile segno di matita che renda manifesta la natura di disegnatore. Il caso vuole che spesso questi impercettibili segnali vengano accompagnati da un ben più eclatante cartellino che riporta nome e cognome, ma questi sono dettagli di cui non parleremo in questa storia. La prima parte della mattina trascorre in una ricognizione meticolosa e nell’individuazione dei potenziali obiettivi, e solo sul finire della mattinata viene raccolto il primo bottino. Un tizio solitario seduto ad un banchetto sta disegnando con una bic un samurai in stile manga. Alla domanda “Mi faresti un disegno?”, risponde chiedendo il soggetto. È così che vede la luce una meravigliosa Poison Ivy, perfino colorata e sfumata. Il gruppo si ricongiunge per il pranzo, dandosi appuntamento sui gradini, perché è notorio che in tutta Lucca ci sia solo una coppia di gradini in un unico luogo, talmente famosa che sulle carte della Toscana, accanto al nome Lucca, ci sono disegnati i due gradini in questione. La notizia che il Braccus era stato temporaneamente depistato e condotto fino in Giappone non sorprende più di tanto il losco cacciatore di taglie, considerando il fatto che in quel secondo giorno si era aggiunta al gruppo un’altra persona geneticamente programmata per ragionare in ideogrammi. Così, senza versare troppe lacrime per il compagno ferito, procede la caccia. Nel frattempo viene anche incrementata la quota di acquisti, in quanto fin troppo spesso il nostro eroe è costretto a cedere a bassi ricatti che prevedono la realizzazione di un disegno solo in cambio dell’acquisto dell’opera. Tuttavia, è un prezzo che si è disposti a pagare volentieri quando quello che si ottiene è un ricordo unico. In definitiva, sebbene i contatti con il resto del gruppo si mantengano scarsi, il carnet di disegni si arricchisce di diversi esemplari di diversi tipi e provenienza, alcuni addirittura d’oltreoceano. Inoltre, anche se in modo superficiale, l’esplorazione si estende anche ad ambiti non strettamente cartacei, in modo da cominciare a sondare alcune possibilità di acquisto che non siano solo fumetti. Purtroppo, un’orda di pupini assassini attacca l’eroe, che solo grazie alla sua prontezza di riflessi riesce a sfuggire all’agguato, rimandando l’incursione nel pianeta delle action figure a momenti più favorevoli. Stracarichi di sacchetti, i membri della compagnia si separano quando è già buio, alcuni diretti alla volta di un confortevole albergo, altri verso una più economica e faticosa, ma impagabilmente divertente, cena casalinga. L’acquisto di migliaia di metri cubi d’acqua da bere è un lusso che ci si può permettere impunemente, dopo una giornata faticosa come quella appena trascorsa, nonostante questo comporterà una successiva beneficenza al nuovo inquilino, cosa che, trattandosi di una buona azione, stona parecchio con le consuetudini dei tre mercenari.

Fine terza parte

domenica 8 novembre 2009

Quello di prima (mi abbutta riscriverlo) - Seconda parte

Il mattino seguente comincia la armoniosa danza del bagno, in cui i tre compagni si alternano nelle loro molteplici e variegate necessità. Subito dopo si cominciano a preparare le razioni per la lunga giornata dietro le linee nemiche, imbottendo panini che si scoprono essere senza sale, come nella migliore tradizione del luogo. All’arrivo in stazione si presenta la prima sorpresa imprevista. A quanto sembra, colui che si occupa della programmazione ferroviaria della stazione di Pisa è un certo Walt Disney, fermamente convinto che far entrare duecento persone in un unico vagone non sia un’impresa così improponibile. Dopo tutto, nei cartoni animati lo fanno sempre. Quando vedono membra umane troncate dalla chiusura delle porte esterne ed informi masse di carne stiparsi all’interno del vagone, i tre eroi optano per una strategia di vigile attesa. Proprio nel momento in cui l’attesa da vigile comincia a farsi sonnolenta e infreddolita, un oracolo si rivolge ai tre per mezzo di un altoparlante (per il Braccus viene approntato estemporaneamente un bassoparlante), annunciando il montaggio di un treno speciale diretto a Lucca. La conferma definitiva di ciò si ottiene quando i tre scorgono una carovana di folletti che trasportano enormi bulloni, lamiere e attrezzi, e iniziano a montare il treno sotto il loro sguardo attento ma per nulla stranizzato. Quando il treno è finalmente pronto, i tre eroi partono alla volta di Lucca, ma ovviamente non prima di aver disinnescato le numerose cariche di esplosivo posizionate nella stazione a mo’ di ritorsione per l’inadeguatezza del trasporto precedente. Giunti a destinazione, la squadra si dirige alla biglietteria, nella quale non sono necessari eccessivi spargimenti di sangue per farsi largo tra la folla. Giunti all’interno delle mura della città, cominciano con movimenti furtivi a esplorare la zona, nell’attesa di stabilire il contatto con la seconda squadra arruolata per la missione, giunta a Lucca con altro mezzo di trasporto, in modo che un possibile sabotaggio nemico che avesse eliminato i primi elementi non avrebbe compromesso del tutto la missione. Gli scopi per i quali sono stati reclutati gli altri tre elementi sono diversi. La tipa con il potere di annientare ogni apparato uditivo nel raggio di un chilometro dalla sua posizione avrebbe fornito una attenta e meticolosa documentazione fotografica alla missione, la seconda componente femminile avrebbe creato molteplici diversivi con al sua avvenenza e con un indiscriminato e incontrollabile volume di acquisti a ripetizione, e il terzo uomo avrebbe svolto il ruolo di spia infiltrandosi in ogni bagno della zona con una scusa più che plausibile. Tuttavia, i piani cominciano a complicarsi quando viene esposta agli occhi della squadra la quantità di attrazioni umane e cartacee di cui la fiera dispone. In questo modo, la fotografa viene subito messa fuori gioco da una lunga processione di bizzarri elementi mascherati, mentre l’altra avvenente fanciulla scopre che non è facile comprare un’intera fiera in poco tempo. Cadute vittime della frenesia del luogo, agli altri quattro non resta che seguirle passo passo e cercare di contenerle, sebbene tutti vengano a stento considerati degni di attenzione. Per cercare di limitare i danni il più possibile, lo scopo di questo primo giorno diventa il cosiddetto acquisto a matula, e la compagnia si confonde tra la folla, lasciando lo svolgimento della missione a momenti più favorevoli. L’unico successo ottenuto in quella prima giornata è l’incontro con una delle celebrità del luogo, Eddie Campbell, forse uno dei più prestigiosi tra i bersagli elencati tra gli obiettivi della missione. Giunti ben oltre il tramonto, le due squadre si separano per ritornare ai rispettivi rifugi, dove viene fatto un meticoloso bilancio delle perdite subite, si cuociono funghi in casseruola per condire una pasta che sebbene manchi di alcuni ingredienti risulta più che accettabile, e si pianificano le mosse per la giornata successiva, con il fermo proposito di non farsi più depistare dall’atmosfera perturbante del luogo.

Fine seconda parte

mercoledì 4 novembre 2009

“There and back again. A human’s tale by Filippo Maria Longo” (Andata e ritorno. Un racconto umano di Filippo Maria Longo) - Prima parte

Un occhio a guardare il cielo, nella speranza che le poche nuvole grigie di Palermo non si ritrovino anche in Toscana, l’altro occhio a controllare la lista delle cose da mettere in valigia, per essere sicuri di non avere dimenticato niente, sono partiti. Destinazione finale: Lucca Comics & Games 2009. Tre strane creature, un rappresentante di una insolita razza di cane a due zampe (il Braccus Erectus), uno strano tizio con un cappello di carta e velleità di mago combattente (lo Slittino del Silenzio, Silent Bob), e un losco figuro con la barba, talmente poco raccomandabile che quando è solo con se stesso non si sente per niente tranquillo, salgono su un aereo riciclato diretti alla volta di Pisa. A differenza di come accade quasi sempre nelle storie avventurose, tutto procede secondo i piani. Si arriva in orario, si trova l’autobus, si arriva nel miniappartamento e si comincia a prendere possesso della base operativa per la missione. Da notare che l’oscuro spirito del nastro trasportatore ha stranamente deciso di prendersi una settimana di vacanza, motivo per cui le valigie sono arrivate, e addirittura in buone condizioni. La prima fase della missione prevede un buon consolidamento della posizione attuale e l’esplorazione dei dintorni, come farebbe un vero Big Boss, motivo per cui, strisciando tra i cespugli e i sottopassaggi della stazione ferroviaria, e non trovando razioni serpentine (snake rations) da utilizzare come cibo, si dirigono in modalità stealth verso un comodissimo PAM, dove si affumano circa trenta euro a testa di spesa! Stipate le razioni di emergenza negli appositi alloggiamenti, cominciano ad esplorare la zona circostante, individuando come punto di repere una curiosa costruzione oblunga stranamente inclinata da un lato, eliminando nel contempo tutti i passanti che incontrano, stordendoli prima con dardi soporiferi e poi finendoli a colpi di pugnale. Questo non perché rappresentassero una reale minaccia alla loro missione, ma semplicemente perché seguire una scia di cadaveri è un ottimo modo per ritrovare la strada di casa. Poiché il Braccus Erectus ha notoriamente una scarsa tolleranza al freddo mentre il tizio con la barba ha necessità di introdurre a brevi intervalli di tempo enormi quantità di alimenti, la squadra si dirige verso al base, incontrando lungo la strada un ermetico messaggio in codice scritto per terra che dà loro appuntamento per lunedì 5 alle 9.00, e dato che il prossimo lunedì 5 è il 5 aprile 2010, i tre programmano subito la partenza per quella data. Tra misteriose interruzioni di corrente, assolutamente non correlate alla contemporanea accensione di piastra elettrica, scaldabagno e climatizzatore, si preparano una sostanziosa cena e consultano le antiche rune relative ai preziosi manufatti da recuperare i giorni successivi. Così, tra polverose pergamene e griglie di Excel, giunge l’ora del riposo, e la compagnia si sistema negli improvvisati giacigli di piume d’oca. Il ritrovamento, poco distante dalla base, di centinaia di oche spennate costrette a razzolare proteggendosi dal freddo con costumi da pokemon non ha nulla a che fare con i fatti narrati in questa storia.

Fine prima parte.



lunedì 26 ottobre 2009

Si parte!

Ebbene sì, finalmente ci siamo. Tra meno di quarantotto ore sarò su un aereo insieme a un paio di amici, diretti a Pisa, dove staremo durante quella che sarà la mia prima esperienza lucchese. A beneficio di quanti non sanno di cosa sto parlando, dico subito che “Lucca Comics & Games” è la principale mostra-mercato italiana dedicata al fumetto, al gioco e all’animazione. Giunta alla sua 43esima edizione (giusto per darvi un’idea, il Salone Nautico di Genova festeggerà le cinquanta edizioni nel 2010), la fiera di Lucca è il punto di riferimento di tutti coloro che in Italia sono appassionati di fumetti, giochi di ruolo, videogames e animazione. Sebbene per fortuna nel corso degli anni dalle sue costole siano nate e continuino a nascere numerose figlie, come Cartoomix a Milano, Mantova comics, Rimini comics, Romics e tante altre, Lucca continua ad essere l’appuntamento fisso, nel week-end tra fine ottobre e i primi di novembre, per gli appassionati di tutta Italia. Ma Lucca non è solo un posto dove compare fumetti che non si trovano nelle proprie città per colmare i buchi delle collezioni, o dove trovare un gioco di ruolo particolare. Lucca è un mondo fantastico in cui si entra come Alice attraverso lo specchio. A Lucca puoi camminare per strada e trovarti accanto un tizio vestito da samurai e un altro vestito da pilota di astronavi. Puoi stare ore a guardare un tale seduto su uno sgabello che, uno dopo l’altro, crea capolavori su carta per fotocopie. Puoi posare una montagna di fumetti sul tavolo di uno che hai sempre e solo letto tra i nomi dei crediti degli albi che hai a casa e vedere che te li autografa con un sorriso. Puoi sederti a un tavolo e giocare per ore a carte con qualcuno che durante tutto il resto dell’anno sta a duemila chilometri di distanza da te. Puoi assistere a conferenze, incontri con autori, lezioni, interviste sul mondo del fumetto e della comunicazione figurata, sulla simbologia e sulla filosofia dei personaggi e di chi li crea, sulle nuove prospettive nel mondo dell’arte grafica in Italia e nel mondo. Quest’anno sono attesi centoquarantamila visitatori. Quest’anno, “Lucca Comics & Games” è stata presentata al parlamento europeo come manifestazione culturale di rilevanza internazionale, inserendosi nel dialogo dei problemi del paese. Quest’anno è stato creato Bat-Barroso, un uomo senza superpoteri che lotta contro i criminali che a tutti i livelli affliggono la società e che cerca di risolvere i problemi vivendoli al loro interno. Da quei quattro sprovveduti che sfidavano le intemperie nel con addosso delle cerate gialle e qualche banchetto dove appoggiare fumetti sparsi, se ne è fatta di strada.


La canzoncina di "Lucca Comics & Games"

Questa notte mi ha aperto gli occhi

Romanzo molto particolare, questa ultima pubblicazione di Jonathan Coe. Intanto perché, a dispetto della sua data di uscita, la fine del 2008, la gran parte di esso è stata scritta quasi vent’anni prima, nel 1990. In questo senso, è forse uno dei primi romanzi di Coe, di sicuro precedente ai titoli che gli hanno giustamente conferito il successo a livello internazionale. Particolare anche perché, forse in misura maggiore di quanto lui stesso voglia ammettere, lo potremmo definire un romanzo autobiografico. Come ci spiega nella breve introduzione (scritta appunto nel 2008 in occasione della pubblicazione), l’idea della storia nasce proprio dalla sua esperienza personale nel campo della musica. E proprio la musica è il protagonista fondamentale del romanzo, quella musica traboccante di sperimentazioni che negli anni Novanta era praticamente una regola di vita. A quanto pare, il pianoforte è sempre stata la sua più grande passione, superiore addirittura a quella della scrittura, e solo perché non è riuscito a trovare la strada giusta in questo senso Jonathan Coe ha deciso che nella vita avrebbe scritto piuttosto che suonato. Per fortuna, dico io, non essendo granché appassionato di musica, certamente non tanto quanto lo sono di narrativa. La musica, dicevo. Non c’è pagina della storia in cui non ci sia un riferimento esplicito a questa arte, gli stessi capitoli scorrono come i movimenti di un’opera classica, ritmati e scanditi come le battute di uno spartito. In fondo, la musica è un linguaggio, forse il più antico e universale che esista. E anche con la musica, Coe crea i suoi personaggi: William, Madeline, Karla, e tesse una storia intricata, tra passato e presente, che a tratti ha il gusto del comico e del grottesco, a tratti si tinge dei colori del noir, e in buona parte conserva un alone intimista e psicologico che armonizza tutto. Presi in maniera isolata, questi argomenti potrebbero sembrare banali, soprattutto se si conoscono le altre opere di Coe e il modo in cui in questi sono rappresentati. Ma grazie a quel tema musicale in sottofondo, si armonizzano in una storia chiara e gradevole, che parte forse lenta e armonica, ma procede di buon passo verso il crescendo finale in cui sarà tutto un esplodere di grancassa e piatti. E poi, a chiudere tutto, un delicato frammento di melodia per archi, un momento del protagonista cinque anni dopo le vicende della storia principale. E così, arrivati all’ultima pagina, non può venirci in mente nient’altro che andare in città, a cercare gli occhiali che da tutta la settimana pensavamo di comprarci!

Ero talmente innamorato di Madeline che a volte, sul lavoro, mi mettevo quasi a tremare pensando a lei: mi agitavo di paura e di piacere e finivo per far crollare pile di dischi e di cassette. Per questo non mi preoccupavo un granché se la nostra intesa non era delle migliori. Litigare con Madeline era meglio che scopare con qualsiasi altra donna al mondo. L’idea di essere felici assieme – di star sdraiati nello stesso letto, silenziosi e mezzi addormentati – era talmente paradisiaca che non riuscivo nemmeno a visualizzarla.

venerdì 16 ottobre 2009

Sette ladri

Il secondo appuntamento con la serie dei sette ci porta una storia in puro stile fantasy. Pur essendo un genere ormai ampiamente sfruttato da scrittori di ogni tipo, il fantasy ha sempre un suo fascino, soprattutto quando è costruito con i classici elementi che lo hanno reso un vero e proprio stile di scrittura piuttosto che un semplice genere. In “Sette ladri”, l’autore David Chauvel non si dimentica nessuno degli ingredienti del genere, dalle ambientazioni variegate ed estremamente naturalistiche, alle creature delle tipiche razze (nani, orchi, draghi...), alle battaglie sanguinarie e alle fughe rocambolesche. Il tutto sostenuto alla perfezione dal tratto pulito di Jerome Lereculey, che si presta alla perfezione alla storia. Infatti, una storia di questo genere non potrebbe essere illustrata da artisti con un tratto troppo moderno o astratto, in quanto richiede una attenzione e una definizione dei dettagli che solo i disegnatori di stile classico possono avere. Armi, indumenti, ambientazioni, devono tutti essere realizzati con la massima cura, per immedesimare il più possibile il lettore nella storia, ma allo stesso tempo non devono suscitare troppa curiosità, perché si correrebbe il rischio di sviare l’attenzione solo sulla parte grafica rendendo la storia poco avvincente. Un buon sinergismo scrittore - disegnatore è quindi fondamentale, e in questo volume si può dire che sia stato raggiunto un risultato più che soddisfacente.

L’imperatore dei nani è morto, e tra complotti e omicidi si deve svolgere l’incoronazione del successore. Il che comporta che la quasi totalità del popolo dei nani lascerà la montagna in cui è nascosto il leggendario tesoro, lasciandolo pressoché incustodito. Occasione irresistibile per due nani rinnegati, che non ci metteranno molto a mettere insieme una banda di sette furfanti decisi a rischiare la vita per guadagnarsi il benessere e il lusso per il resto dei loro giorni. Ma i pericoli da affrontare non saranno solo quelli prevedibili, come le guardie nella caverna ed il guardiano che sorveglia l’entrata della stanza del tesoro. Altri nemici agiscono inosservati, sia al di fuori che all’interno del gruppo, e più di una vita sarà messa in pericolo.

Per chi non si annoia mai ad entrare nei regni della fantasia, una storia piacevole e leggera, adatta per passare un’ora o poco più di una domenica mattina rilassati in poltrona, dimenticandosi di tutto quello che attende nel mondo reale.

domenica 11 ottobre 2009

Batman Arkham asylum

Di solito c’è da diffidare dei giochi ispirati a film o a fumetti (i cosiddetti giochi su licenza), perché spesso risultano essere dei banali adattamenti di una storia che se andava bene per il grande schermo non è detto che vada bene per la console. Stavolta invece è il caso di ricredersi: il primo gioco di Batman che la Sony ha prodotto per la Playstation 3 è un signor gioco. Lasciando stare per un attimo le sofisticherie tecniche e grafiche che la potenza delle nuove macchine e dei nuovi supporti consente (si vedono i peli della barba e la trama del kevlar della tuta!), tanto per cominciare il gioco ha una storia. E si vede che è una storia scritta da uno che scrive anche le storie a fumetti del personaggio, e storie di una certa qualità, quel Paul Dini che da un paio di anni si alterna a Grant Morrison sul mensile regolare del Cavaliere oscuro.

Una scelta vincente è stata quella di dare un’ambientazione precisa ma variegata, l’isola Arkham con tutte le sue costruzioni. Questo rende l’azione ben definita in un luogo che si impara a conoscere nei dettagli, ma permette di spaziare in zone e ambienti diversi. Altra cosa intelligente è stata rendere gli extra come parte del gioco principale. Di solito, tesori da trovare ed enigmi da svelare sono solo un mero contorno per chi predilige l’esplorazione all’azione del gioco, con il difetto che se si dedica troppo tempo ad esplorare, si finisce per perdere la dinamicità della storia. Qui invece siamo ‘costretti’ a dedicarci anche alle sfide che l’Enigmista ci propone, perché, oltre a sbloccare contenuti speciali, ci fanno acquisire punti esperienza, che sono quelli con cui Batman recupera forza vitale e acquisisce crediti da spendere in potenziamenti. Inoltre, molti di questi enigmi non saranno accessibili da subito, e lo diverranno con l’acquisizione di alcuni bat-gadget nel corso della storia, cosa che ci obbligherà a tornare più volte nello stesso edificio o zona dell’isola. Aggiungiamoci che questi enigmi sono una continua sfida a conoscere sempre meglio il mondo del Cavaliere oscuro, essendo dei riferimenti alla storia del personaggio e dei suoi avversari, e ci spieghiamo come un vero appassionato non potrà fare a meno di raccogliere la sfida dell’Enigmista a risolvere tutti i suoi indovinelli.

Altro punto di forza: non bisogna solo picchiare. Sebbene Batman se la cavi benissimo negli scontri corpo a corpo, l’azione non è l’unica attività del gioco. Ci sarà anche molto ragionamento, molta esplorazione e alcune indagini da svolgere per proseguire. D’altro canto, stiamo pur sempre guidando il miglior detective del mondo. Infine, gli scontri con i nemici storici di Batman saranno tutti all’insegna della strategia di combattimento, e a niente varrà l’uso della sola forza bruta. Spettacolari, in questo senso, gli scontri con lo Spaventapasseri, ma anche con Poison Ivy, Bane, Killer Croc e il Joker nello scontro finale. In definitiva, un gioco che coinvolge e vale la pena di avere, non solo per chi come me è appassionato delle storie a fumetti del personaggio, ma anche per chi lo conosce solo dagli ultimi film.



Trailer


mercoledì 7 ottobre 2009

La foglia grigia

“...è il suo primo romanzo”. È una frase che mi piace molto, quando la leggo nei risvolti di copertina che riportano la biografia dell’autore. Credo che c’entri quel pizzico di vanità che si trova nelle mie letture. Mi piace poter dire ‘lo leggo fin dal primo romanzo che ha scritto’, così come ‘li ho letti tutti, i suoi romanzi’. In effetti, qualcuno pensa che io abbia gusti a volte strani, per non dire anticonformisti, e devo ammettere che c’è un po’ di verità in questo. Per lo stesso motivo, odio i bestsellers. Sono mesi che ho gli occhi su una trilogia, ma da quando hanno cominciato a spuntare sopra le fascette che tengono il conto delle centinaia di migliaia di copie vendute, ha cominciato a starmi antipatica. Per questo mi piacciono gli sconosciuti, almeno quelli che per me sono sconosciuti. Non avendo nessuna aspettativa, né nessun pregiudizio, mi godo la lettura con più piacere. È proprio quello che mi è capitato con “La foglia grigia”. Passavo in libreria con un’amica e collega, eravamo appena usciti dall’ospedale e tutti e due eravamo in vena di acquisti letterari non programmati. Lei ha comprato un libro che le ho consigliato, e io ho preso questo. In effetti, il giallo è una tipica lettura estiva, leggera e rilassante, anche se io non sono mai stato molto in sintonia con questa definizione. Ci sono gialli molto ‘letterari’, e sono questi quelli che mi piacciono di più.

“La foglia grigia” è il primo giallo che leggo ad essere ambientato in un periodo storico piuttosto lontano, il Risorgimento italiano. L’Italia è un regno unito solo da poco tempo, Cavour ha un sacco di grane con la burocrazia e gli animi si dividono tra clericali e anticlericali, tra monarchici e socialisti. E Perugina è il perfetto esempio di questo clima nazionale. È in questa città che sono ambientate le vicende che l’ispettore di Pubblica Sicurezza Giulio Verbasco si trova a dover dipanare, senza sapere che sono vicende più intricate e più sordide di quanto si possa pensare. E tutte sembrano avere un denominatore comune in una misteriosa pianta che solo in pochi conoscono: la foglia grigia. Una pianta dalle origini esotiche che si dice sia capace di ravvivare gli istinti primordiali degli uomini conferendo loro al contempo una lunga vita. Così, tra efferati omicidi, sette segrete, piccoli crimini cittadini e servizi segreti, Verbasco deve ricostruire, con i suoi modi rozzi tanto quanto è fina la sua intelligenza, una storia che ha origine nel suo stesso passato e che, a quanto pare, è destinata a influenzare il futuro, fino alla Londra vittoriana, alla resistenza francese della seconda guerra mondiale, al traffico degli schiavi dei giorni nostri. Come dire, tutto il mondo è paese.

“E poi dici di essere un ignorante”.
“Però io non ci credo, a questa cosa. Tua madre era povera, e io l’ho amata tanto”.
“Neppure lei ha avuto l’amore vero, visto che se ne è andata. Il vero amore è solo l’amore che vogliamo”.

venerdì 2 ottobre 2009

Sette psicopatici

Primo di una interessante collana recentemente pubblicata dalla Planeta deAgostini, è anche il primo che leggo e che mi accingo a commentare, sperando di avere il tempo di fare lo stesso con gli altri. La collana è composta da sette volumi, ognuno contenente una storia completa riguardante sette individui appartenenti ad una particolare categoria, ogni volta diversa per ogni storia. ‘Sette missioni, sette squadre di sette uomini decisi ad avere successo’, recita la quarta di copertina. Insomma, quanto basta per attirare l’attenzione e incuriosire chi come me è sempre attratto da tutto ciò che è fatto di nuvole parlanti. Inoltre, il primo titolo suscita una curiosità in più, in quanto il mondo della follia è sempre stato un argomento molto accattivante per gli scrittori in genere e per i fumettisti in particolare. C’è addirittura chi di storie folli ha fatto il suo marchio di fabbrica.

“Sette psicopatici”, scritto da Fabien Vehlmann e disegnato da Sean Phillips, è una graphic novel dal sapore fantapolitico e storico allo stesso tempo. A Londra, nel 1942, quindi nel pieno del secondo conflitto mondiale, un colonnello dell’esercito inglese riceve una curiosa lettera in cui l’autore dichiara di conoscere un modo infallibile per vincere la guerra. Ben oltre i limiti della banalità, il suo piano prevede semplicemente... di uccidere Hitler! È chiaro che questa ipotesi era stata la prima ad essere vagliata dalle forze alleate, ma scartata perché ritenuta impossibile. Ma lo è davvero? È davvero impossibile uccidere il Fuhrer? Forse per gli altri sì, ma per sette individui, diciamo, tutt’altro che nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, potrebbe essere una cosa fattibile. Proprio perché loro sono abituati a pensare del tutto fuori dagli schemi, potrebbero essere in grado di aggirare il sofisticato e rigidissimo sistema di sorveglianza e protezione di Hitler. Così, dopo un reclutamento ben al di là dei canoni dell’esercito e un addestramento pressoché inesistente, la squadra dei sette psicopatici viene paracadutata in Germania per compiere la sua missione. Saranno in grado sette individui squilibrati di lavorare insieme per raggiungere un fine comune? E ancora, siamo sicuri che ci sia un fine comune da raggiungere?

A spasso in una galleria di individui inquietanti, ci addentriamo in una storia che vira dal drammatico al grottesco, in cui alcuni personaggi troveranno la morte, altri seguiranno il loro destino, altri appagheranno i loro desideri, altri ancora si troveranno a incarnare un ruolo nella storia che non si sarebbero mai aspettati.

domenica 27 settembre 2009

La casa del sonno

Di solito una storia ha un tempo e uno spazio. Alcune, più di uno spazio. Sono quelle storie che si svolgono in più luoghi contemporaneamente, magari con vicende che si intrecciano attraverso le azioni dei personaggi. Ma è difficile che una storia abbia più tempi. Il tempo è una dimensione che difficilmente si riesce a concepire come separata, siamo abituati a vederla come un continuo, anche se poi ne isoliamo alcuni frammenti. In questo senso, narrare la storia di un personaggio quando aveva vent’anni e poi quando ne ha quaranta non farebbe una piega, nel senso che nel suo continuum temporale avremmo isolato questi due frammenti, pur rispettando una sequenza narrativa unica. Ma “La casa del sonno” non è niente di tutto questo. Jonathan Coe si diverte a intrecciare non solo le vite dei suoi protagonisti, ma anche i frammenti temporali di queste vite, in modo che il presente di una faccia scaturire il ricordo del passato di un’altra, e il passato di una faccia scoprire le ragioni del presente di un’altra. A legare tutto questo, un elemento che forse è il più consueto nella vita di ogni essere animale: il sonno. Ma tanto consueto quanto poco conosciuto, visto che ancora adesso i meccanismi del sonno e dei sogni sono ben lontani dall’essere compresi, così come lo sono le malattie e le alterazioni che vanno sotto il nome di disturbi del sonno. Proprio di questo si occupa la clinica del dottor Dudden, che sorge dove un tempo c’era un pensionato per studenti universitari. Sono questi studenti di allora, con le loro vite di oggi, i protagonisti del romanzo, in particolare Sarah, attorno alla quale ruotano le vicende di tutti gli altri, ognuno legato a lei e a quella abitazione in modo diverso. Si passa dagli amori di un tempo al lavoro di oggi come si passerebbe da una stanza a un’altra, senza soluzione di continuità. Tra personaggi che dormono poco e altri che dormono troppo, che sognano una vita e che vivono nei sogni, si concatenano eventi che appena dodici anni dopo cambieranno a tal punto le persone da renderle irriconoscibili perfino a chi le ha frequentate intimamente. Una girandola di personaggi ora commoventi ora comici, che nella vita adulta inciampano nel malessere, nella follia e nelle strane incongruenze della vita.

“Io sono l’unico, in questo campo, a vedere il sonno per quello che è realmente”.
“E che cos’è?”.
“Ovvio: una malattia.” [...] “Una malattia, Terry: la malattia più diffusa in assoluto, quella che più abbrevia la vita! Ma quale cancro, quale sclerosi multipla, ma quale AIDS. Se passi otto ore al giorno dentro un letto, vuol dire che il sonno ti accorcia la vita di un terzo! È come morire a cinquant’anni: e succede a tutti.”

mercoledì 23 settembre 2009

Metti in circolo il tuo amore


Nessuna vergogna, nessun rimpianto a comunicare i propri sentimenti, quello che si prova in particolari momenti, anche se può sembrare banale. Difficile per quanto possa sembrare, in realtà lo è solo nella nostra testa, quando pensiamo di sbagliare ogni cosa che facciamo, di essere giudicati in ogni parola o gesto. Per questo, teniamo le cose in un angolo buio, stando il più attenti possibile che non escano. E invece è meglio quando vengono fuori e cominciano a circolare. Nessuno ha sfere di cristallo per predire il futuro, e il manuale di istruzioni ha poche pagine ed è scritto male, non dice quali procedure usare se ci si trova in difficoltà. Ma non sapere come si fa una cosa non deve diventare un ostacolo a farla. È vero che chi non fa non sbaglia, ma neanche impara. E le cose non sono mai come ce le immaginiamo, altrimenti sarebbe anche una noia. La sorpresa e l’imprevisto rendono interessante vivere, e soprattutto vivere insieme.


Metti in circolo il tuo amore

Hai cercato di capire
e non hai capito ancora
se di capire si finisce mai.
Hai provato a far capire
con tutta la tua voce
anche solo un pezzo di quello che sei.
Con la rabbia ci si nasce
o ci si diventa
tu che sei un esperto non lo sai.
Perché quello che ti spacca
e ti fa fuori dentro
forse parte proprio da chi sei.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici “perché no?”

Quante vite non capisci
e quindi non sopporti
perché ti sembra non capiscan te.
Quanti generi di pesci
e di correnti forti
perché 'sto mare sia come vuoi te.

Metti in circolo il tuo amore
come fai con una novità
Metti in circolo il tuo amore
come quando dici si vedrà
come fai con una novità

E ti sei opposto all'onda
ed è li che hai capito
che più ti opponi e più ti tira giù.
E ti senti ad una festa
per cui non hai l'invito
per cui gli inviti adesso falli tu.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici perché no.

domenica 20 settembre 2009

Biomega

Particolare come lo sono tutte le opere che ho letto di Tsutomu Nihei, “Biomega” si inserisce nello stesso filone di “Balme!”, di cui ho già parlato in un post precedente. Tuttavia non saprei se definirla più un seguito o un preludio a quella saga, dato che i punti di contatto e quelli di separazione si equivalgono. Al di là dell’aspetto grafico, in cui riconosciamo appieno l’inconfondibile stile dell’autore, c’è tutta una serie di elementi sia terminologici che concettuali, in comune con “Blame!”. Il protagonista solitario, Zoichi Kanoe, è un essere umano sintetico, dotato di straordinarie capacità, come lo era Killi, e anche lui è accompagnato da una aiutante informatica che qui diventa Fuyu, l’intelligenza artificiale della sua moto. Anche qui l’ambientazione è un mondo futuristico in cui la tecnologia ultra-avanzata si scontra con condizioni di vita proibitive, dovute queste in particolare alla minaccia dei drone. A differenza dell’opera precedente, però, “Biomega” ha una trama più chiara fin dall’inizio, con una definizione più precisa dei ruoli e delle azioni dei vari personaggi. In particolare, sappiamo benissimo fin da subito cosa è successo alla Terra e come si è ridotta nelle attuali condizioni, così come è ben chiara la missione del protagonista, che riguarda una strana bambina che non invecchia, Ion Green. Ma ovviamente le cose non possono essere facili, e infatti la ragazzina è contesa da almeno altre due forze in gioco che, sebbene entrambe facciano parte della stessa organizzazione, alla fine si trovano a scontrarsi l’una contro l’altra.

Non volendo rovinare la lettura a quanti volessero gustarsi l’opera di cui da pochi giorni si è conclusa la pubblicazione in Italia, dirò soltanto che il nucleo narrativo fondamentale è ancora una volta un possibilità di evoluzione della specie umana, possibilità voluta, ricercata e manipolata da più parti in gioco, ognuna con un proprio fine personale. Una riflessione quindi sulle potenzialità della ricerca scientifica applicata alla natura e all’umanità, con risvolti anche di carattere etico e morale, sull’opportunità di spingere il progresso scientifico all’estremo limite. Fermo restando che chi volesse solo godersi un po’ di sana azione, di combattimenti spettacolari e di inseguimenti su moto tra palazzi avveniristici, troverà tutti questi ingredienti molto ben rappresentati in “Biomega”.

lunedì 14 settembre 2009

Parti in fretta e non tornare

Finalmente ho potuto leggere la prima indagine di Jean Baptiste Adamsberg in qualità di commissario capo della squadra anticrimine del tredicesimo arrondissement di Parigi. A lungo andare, con questi personaggi, c’è sempre il rischio che comincino a stancare. La novità della prima storia che leggi non c’è più, non ti stupisci delle bizzarrie del pensiero e del comportamento. Ma allo stesso tempo, scatta un altro tipo di meccanismo. Proprio perché crediamo di conoscere tutto del personaggio, non possiamo fare a meno di immaginare come si comporterà in una certa situazione, o come reagirà ad un certo evento, e questo è uno stimolo incredibile ad andare avanti divorando pagine su pagine. Metteteci poi che le storie non sono mai banali, e avrete capito perché, anche dopo cinque romanzi, non mi sono stancato di Adamsberg. È come parlare con una persona piacevole, non importa quante volte avete chiacchierato e di cosa, sai che anche la prossima sarà piacevole come quella appena passata.

A Parigi, di notte, sulle porte delle case compaiono strani simboli e sigle. All’altro capo della città, un ex marinaio che si è reinventato come pubblico banditore declama criptici messaggi che parlano di malattia e morte. Ovviamente non c’è nessuna correlazione tra i due fatti, come pensano tutti. Tutti tranne Adamsberg, che su quei segni non ci vede affatto chiaro, e intanto i messaggi si fanno sempre più espliciti e con riferimento a qualcosa di preciso. L’aiuto di uno storico spiantato e di una galleria di personaggi bizzarri almeno tanto quanto lui costringerà il commissario ad un viaggio indietro nel tempo di alcuni secoli, quando una minaccia innominabile devastava l’Europa strisciando silenziosa. Ma quello che Adamsberg non sa è che questa minaccia ha esteso le sue propaggini fino a tempi relativamente recenti, al punto che ancora oggi ci può essere chi uccide servendosi di quest’arma tanto invisibile quanto letale.

Adamsberg lasciò la casa di rue Chasle un po’ frastornato, passando per il giardinetto incolto. C’era gente che sapeva una quantità di cose spaventosa. Che da un lato era stata attenta a scuola, e poi aveva continuato ad accumulare conoscenze a vagonate. Conoscenze di un altro mondo. Gente che dedicava la vita a untori, a pulci latine e elettuari. E questo, poco ma sicuro, era solo uno dei tanti vagoni ammassati nella testa di Marc Vandoosler. Vagoni che, del resto, non sembravano aiutarlo a cavarsela meglio di un altro nell’esistenza. Eppure, stavolta, sarebbero stati di vitale importanza.

martedì 8 settembre 2009

Un giorno così


A volte capitano. Di solito, quando meno te li aspetti. Quando si attraversano periodi pesanti, in cui ti sembra che le cose vadano sempre male, o comunque non vadano come tu speravi. Quando ti trovi la sera in una stanza a farti domande a cui non riesci a trovare risposte, o peggio ancora quando le risposte le conosci benissimo, ma vorresti che fossero diverse. Quando ti manca quel qualcosa che non vuoi ammettere che ti manca, per orgoglio o per cercare di sfuggire a quella mancanza ignorandola.

Proprio in questi momenti, capitano i giorni speciali, che in fondo di speciale non hanno proprio niente, rispetto a tutti gli altri. In fondo, di spiagge, palloni, villette di campagna e tavoli da ping pong ne hai visti tanti, non c’è niente di nuovo. Ma è proprio questa banalità, queste ‘cose normali’ che, vissute con lo spirito giusto, rendono il giorno speciale. E un giorno così cancella tanti periodi brutti, te li fa scordare, e non solo ti fa sperare nel futuro, ma ti rende anche felice del presente che stai vivendo. Sono le persone che rendono speciali i luoghi e gli oggetti. Quando c’è quella persona che vuoi guardare, guardare diventa la cosa più bella cui riesci a pensare.


Un giorno così – 883

Scorre piano la statale 526,
passa posti che io mai e poi mai
avrei pensato fossero così,
ancora come quando qui
il cinquantino mi portava via dai guai.
Invece di svoltare a scuola
andava giù alla ferrovia,
due minuti di paura,
poi pronti via.

La mia moto scorre piano sulla 526,
attraversa dei profumi che poi
un metro dopo non li senti,
io respiro e mando giù
prima di perderli che non si sa mai.
Da lontano un’altra moto
sta venendo verso me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.

La mia moto scorre piano piano fino in città,
il sole tra non molto tramonterà,
mi fermo al rosso del semaforo
che mi dà tempo ancora un po’
prima che la moto torni al suo garage.
Il bambino su quell’auto
guarda indietro e vede me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.


giovedì 3 settembre 2009

L'amore non guasta

Mi piace molto Jonathan Coe, il suo modo di raccontare, di creare storie. “La banda dei brocchi” mi colpì per il titolo, “Circolo chiuso” ne era il seguito naturale, e da lì in poi è stata una vera passione. Così, da quel punto centrale, sto percorrendo due strade, una in avanti, con i nuovi libri che scrive, e una indietro, ripercorrendo il sentiero che lo ha portato a creare le sue opere più recenti. Alcuni scrittori nascono già adulti, nel senso che anche i loro romanzi d’esordio hanno le caratteristiche dell’opera completa e pienamente cosciente di sé. Naturalmente, nel loro percorso letterario, anche questi autori conoscono delle evoluzioni, o involuzioni, che li portano a modificare il loro stile di scrittura. Jonathan Coe, invece, è uno scrittore che è nato bambino ed è cresciuto attraverso i suoi romanzi, ed è molto interessante rivedere questo processo di crescita attraverso le sue opere. Da quel che ho capito, il giro di boa è costituito da “La famiglia Winshaw”, l’unico romanzo che manca al mio appello oltre all’ultimo, appena acquistato. Ma mi riprometto di colmare questa lacuna quanto prima. Tutto questo era per dire che, se “L’amore non guasta” fosse stato il primo romanzo di Coe che avessi letto, probabilmente adesso non ne parlerei. Lo sto facendo proprio per seguire questo percorso di maturazione attraverso la scrittura che l’autore ha intrapreso.

Si capisce subito che “L’amore non guasta” è un romanzo giovane, ancora grezzo, non tanto dal punto di vista stilistico quanto da quello concettuale. La capacità di creare vite e personaggi che ho conosciuto negli ultimi romanzi qui è presente solo in embrione, come un piccolo seme, nascosto sotto la terra, che aspetta la pioggia per mostrare quanto grande e forte sarà l’albero a cui darà origine. La storia non è affatto banale, e questo fa storcere ancora di più il naso, perché fa risaltare ulteriormente che avrebbe avuto bisogno di personaggi più vivi. La tarda adolescenza è un’età cruciale nella formazione di un uomo, quella nella quale, più che in ogni altra, si decide cosa sarà un uomo. Purtroppo, Robin vive questo passaggio in maniera travagliata e confusa, tra un’università frustrante e una vita sociale praticamente inesistente. Una vita che lui stesso sente il bisogno di provare a definire, scrivendo. Ma anche come scrittore, Robin, a detta di quanti hanno letto le sue storie, non riesce ad essere più che mediocre, e nessuno si rende conto che in quelle opere, in quei nomi, sono in realtà rappresentate due persone reali, Robin stesso e una donna il cui nome inizia sempre per K, il ricordo di un amore lontano e mai dichiarato che lo tortura e lo avvilisce. Proprio in questo contesto, Robin sente crescere una sensazione di catastrofe imminente, qualcosa che solo un tocco d’amore potrebbe forse aggiustare. In fondo, l’amore non guasta mai. Ma anche in questo Robin si riconosce impotente, del tutto incapace perfino di scegliere l’oggetto del suo amore.

Come dicevo, un romanzo che ci porta l’abbozzo di quello che saranno tutte le sue opere seguenti, come un primo schizzo di una tela che solo con il tempo e la pazienza la mano del pittore arricchirà dei particolari. Per adesso, i volti di questi personaggi sono solo degli ovali con una linea in mezzo, in futuro diventeranno talmente nitidi da sembrare vivi, con le loro storie, presenti e passate, e i loro intrecci.

“Cosa ci trovava di così attraente in Kate?”.
“Non so che risposta lei si aspetti da me a questa domanda. Uno concepisce un’ossessione e poi ci si attacca: la ragione non c’entra. Kate era bellissima e intelligente, per quello che può contare, ma il mondo è pieno di donne bellissime e intelligenti, e molte di loro io non le trovo attraenti. Col senno di poi, mi sembra di poter dire che eravamo ben assortiti, e mi brucia non essere stato abbastanza sveglio o coraggioso da capirlo sul momento. Come molte persone, mi piace trascinarmi questo senso dell’occasione perduta, perché dà alla mia vita una sorta di patina estetica ed è una buona scusa per sentirmi infelice quando le cose non vanno bene. Posso sempre dire a me stesso ‘Ah, se avessi sposato Kate’, e fingere che il problema vero sia quello”.