giovedì 7 luglio 2011

Le donne dei comics - Nico Robin


Finalmente sono arrivato a leggere la storia di cui avevo visto solo alcuni spezzoni nell’anime, e che mi aveva lasciato l’amaro in bocca per non averla potuta apprezzare nella sua interezza. Nelle storie che ho letto sono sempre stato affascinato dai personaggi che avevano anche lati ambigui del carattere e della personalità, come Wolverine o Gambit, ma anche Batman per molti versi, o Gatsu. I personaggi nettamente positivi mi suscitano un buonismo che dopo un po’ diventa stucchevole, mentre quelli al margine tra bene e male sono certamente più interessanti e complessi. E interessante e complessa è senza ombra di dubbio la figura di Nico Robin.

Per chi non lo sapesse, sto parlando di uno dei personaggi di One Piece, fumetto giapponese scritto e disegnato di Eichiro Oda, che racconta le avventure di una ciurma di pirati guidati da Monkey D. Rufy detto cappello di paglia. Nico Robin è una componente della banda, ma una che si aggiunge piuttosto tardi rispetto alla formazione del gruppo originale, e che esordisce come avversaria dei protagonisti. Una donna estremamente forte, carismatica, bellissima e sicura di sé, determinata a raggiungere i suoi obiettivi. Estremamente intelligente e coltissima studiosa di archeologia, nasconde qualsiasi emozione dietro un sorriso beffardo e dissimulatore, al punto che difficilmente si può dire cosa stia provando realmente. Unitasi alla ciurma di cappello di paglia per sua stessa richiesta, viene accolta da alcuni con entusiasmo, da altri con diffidenza, ma si guadagna presto il rispetto e poi l’affetto dei compagni dimostrandosi una preziosa alleata grazie ai poteri del frutto del diavolo e alle sue enormi conoscenze.

Ma dietro quel sorriso sardonico e quella apparente noncuranza verso gli eventi che la circondano, Robin cela i segni di un tragico passato. Cresciuta come una bambina emarginata a causa dei suoi poteri, fin da piccola si dedica agli studi, nella speranza che questo possa far tornare la sua mamma partita per svelare il mistero meglio custodito della storia degli uomini. Purtroppo, a causa di uno scontro con il governo mondiale, a soli otto anni è costretta ad assistere alla morte di sua madre, allo sterminio della sua gente, alla distruzione della sua isola e della biblioteca dove era praticamente cresciuta, il tutto per opposizione a quella conoscenza della storia che tanto ardentemente aveva desiderato di ottenere. Sfuggita miracolosamente al destino della sua gente, è costretta ad una vita da ricercata, fatta di furti, sotterfugi, fughe e sacrifici, sempre braccata dalla marina e dal governo, inevitabilmente e inesorabilmente sola. Fino a che non si unisce ad una banda di criminali che vede nelle sue conoscenze di archeologa la chiave per risvegliare un’arma distruttiva senza pari. È proprio in questa occasione che avrà l’opportunità prima di scontrarsi e poi di unirsi alla ciurma di Rufy dal cappello di paglia, diventando a tutti gli effetti una pirata.

Quello che coinvolge nella storia contenuta nel quarantunesimo volume della serie è assistere alle emozioni nascoste di una bambina costretta a diventare donna troppo in fretta, privata dell’infanzia, dei suoi sogni, della famiglia, ma soprattutto del diritto ad avere degli amici. Additata come portatrice di sventura oltre che come criminale, veniva sistematicamente emarginata e isolata, senza mai la possibilità di trovare delle persone che la accogliessero come parte di un gruppo e non solo come una risorsa da sfruttare. Fino a che non incontra Rufy e i suoi, per i quali diventa una di famiglia, una compagna e un’amica, una persona per la quale vale la pena lottare, fare sacrifici, anche soffrire. Qualcosa che nessuno le aveva mai dato. E finalmente, al posto del sorriso dissimulatore di chi nasconde le emozioni, vediamo scendere le lacrime della commozione e della gratitudine nei confronti di chi è disposto a combattere e sacrificarsi per il semplice fatto che lei è parte del gruppo.


- Robin! Dimmi che vuoi vivere!
- Vivere? Credevo... di non averne alcun diritto...

sabato 2 luglio 2011

La realtà


È da tanto che volevo scrivere qualcosa di questo tipo, ma chissà perché non c’è mai stata l’occasione. Ultimamente, mi è capitato più di una volta di scrivere durante i turni di guardia di notte in ospedale, e in effetti l’atmosfera concilia la scrittura. E poi, per parlare di questo argomento, non ci può essere contesto migliore. Anche se mi sforzo, difficilmente riesco a pensare a un personaggio complesso come quello di cui vorrei scrivere stasera. E mi rendo anche conto che, ad una occhiata superficiale, può invece sembrare estremamente banale. Mi riferisco a John Dorian, JD, il protagonista principale di “Scrubs”. Una serie che ho imparato ad apprezzare nel corso delle diverse stagioni, della quale ho scoperto molte sfaccettature e ho trovato molti riscontri nella vita reale e nel mio lavoro. Pochi autori di serie televisive hanno saputo rappresentare la vita ospedaliera in maniera realistica come quelli di Scrubs. Per quanti non lo sapessero, il mondo degli ospedali veri non è certo quello di House o Grey’s anatomy. Non abbiamo stanze che sembrano suite d’albergo a cinque stelle, né decine di persone che lavorano per ogni singolo paziente, né la possibilità di fare tutto subito e nello stesso posto. Al contrario, la vita ospedaliera è fatta di compromessi, di nervosismo, di buona volontà, di sostegno reciproco, di conflitti, di fallimenti, di attriti, di collaborazione. Muoversi in questo contesto è una cosa difficile da imparare, ci vuole molta pazienza, spirito di sacrificio, capacità di adattamento, e bisogna aver sviluppato un buon apparato di meccanismi di difesa.

È proprio per questo che JD è reale, molto più di altri personaggi medici che si vedono sugli schermi. Le battute stupide, i pensieri surreali nel bel mezzo di una frase, fare cose assurde sia al lavoro che nel tempo libero... non sono paradossi fatti solo per suscitare la comicità. Sono quello che ci permette di sopravvivere. Tutti noi, chi più chi meno, a qualsiasi livello di responsabilità e di ruolo, in ospedale ironizziamo su tutto. Dai cognomi assurdi dei pazienti, ai loro comportamenti strani, alle domande assurde. Ci prendiamo in giro tra di noi, ci immaginiamo scenari assurdi, ci stupiamo di quelli reali che sembrano ancora più assurdi. La signora con l’ictus che fa il verso del cane e quella del letto accanto che si mette a gridare come una pazza perché ha paura dei cani... Il paziente che quando gli fai la percussione del torace ti dice “avanti” convinto che stiano bussando alla porta. Sembrano cose da Scrubs, vero? Eppure vi assicuro che sono accadute a me!

- Signor XX, ma che si sente?
- Mi sientu curiusu!

Paziente con demenza: - Allora oggi mi mandate a casa?
Medici: - No, signora, perché domani dobbiamo fare un esame di controllo.
Paziente con demenza: - Ah, va bene.
(Tre secondi netti di intervallo)
Paziente con demenza prende la vestaglia e apre la porta.
Medici: - Signora, ma dove sta andando?
Paziente con demenza: - Ovviamente a casa!

Ma dall’altro lato c’è la grande umanità di JD che lo rende reale. Una persona e non un personaggio, uno che si appassiona ai pazienti, alla loro vita, che li assiste mentre li cura, che si arrabbia se qualcosa va male. E uno per cui gli amici vengono sempre al primo posto. Anche nei contrasti, nelle incomprensioni, negli scontri che possono capitare tra colleghi, se una persona è tuo amico ci si ritrova sempre. Magari con una semplice battuta.

- Scusami, amico, non volevo sembrare un idiota.
- Rilassati, JD... tu sei idiota!